Esperienze di paura

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Numero: Anno XXII - N. 2 - Luglio/Dicembre 2015

Titolo: Esperienze di paura

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Presentazione dei Contenuti

Tema del Numero: Esperienze di paura

GIOVANNI STARACE

Editoriale

CELESTINA PALAZZOLA

Paura e coraggio. Dinamiche psichiche del femminicidio

ADRIANA GAGLIARDI

Sulla paura della morte

GIANLUIGI MONNIELLO

Paura e angoscia in adolescenza e forme del controtransfert

ROBERTA RUSSO

La paura dell’analista: il non-detto nella stanza d’analisi

Presentazione numero

Scrive Camus in La contagion. Un mondo che si possa spiegare sia pure con cattive ragioni e un mondo familiare. Ma al contrario, in un universo di colpo privato di illusioni e di luci, l’uomo si sente uno straniero. A questo esilio non c’è rimedio, poiché esso manca dei ricordi di una patria perduta o della speranza di una terra promessa.

I termini in relazione tra di loro, o meglio, in contrapposizione, sono familiare e straniero, cioe estraneo. Potremmo dire che il tutto si gioca tra la vicinanza, la comprensibilità, appunto la familiarità e l’estraneità, il non conosciuto.

E questa una delle occasioni in cui la paura appare nelle nostre emozioni.

La paura si materializza anche come oggetto reale ed e particolarmente utile nell’anticipare o nel seguire l’angoscia, riesce a stemperarla individuando l’oggetto concreto all’origine del turbamento. Nelle esperienze terapeutiche essa entra a pieno in molteplici occasioni, disegnando la complessità della relazione stessa.

In un percorso di una donna vittima di violenza, attraverso l’attivazione di una serie di ricordi, viene messo in luce un particolare impasto di Eros e di Thanatos; di questo ci parla Roberta Russo.

Restando sulla scena della violenza alle donne, Celestina Pezzola, attraverso una serie di studi storici e sociologici, e di citazioni letterarie, ricostruisce alcuni contesti emotivi in cui tali eventi si sono manifestati; ma anche getta lo sguardo su chi determina tali aggressioni e sulla loro irresistibile spinta al dominio e al possesso.

Con la descrizione di due distinti percorsi terapeutici, molto diversi tra loro, torniamo alla clinica. Gianluigi Monniello ci parla di una particolarissima apprensione e paura che la terapia con alcuni adolescenti possa prolungarsi indefinitamente. Dora Sullam ha scritto sulla paura in psicoterapia

attraverso la storia di Andrea, un bambino di nove anni. Adriana Gagliardi ci porta a ragionare sulla paura della morte e sui meccanismi difensivi vitali che possono innestarsi affinché l’istinto di vita possa accompagnarci fino alle ultime ore.

Con le esperienze di Armando Angelucci veniamo condotti in un ambito per noi inusuale dove la paura e l’incognita del quotidiano vivono in simbiosi con l’attività degli operatori di Polizia.

Come si diceva all’inizio, la paura nasce al contatto di eventi oscuri, ma soprattutto privi di “interpretazione”, di accessibilità ai quali appare arduo conferire un senso. E anche una sfida alla nostra capacita di comprensione, sebbene la stimoli, la “ecciti”, determini la curiosità, fomenti il desiderio di sapere o anche di spiare, determinando pero uno stato di allarme, di sospensione, di paura appunto. Di questo ci parlano i contributi di Francesca Cappuccio, di Fabiola Mengoli e di Nadia Peron che ci portano alle soglie del male che si fa perversione. A tutto ciò si oppone il simbolico il quale riduce a unita il molteplice, crea una convergenza di senso; ad esso si oppone il diabolico, ovvero la separazione, la scissione: di questo ci parla Luigi Antonio Perrotta. Il simbolico mette insieme, oltre a dare senso, crea ordine laddove trova il disordine, la disarmonia.

Sembra che in queste occasioni ci si avvicini a un limite, a un confine conosciuto ma mai esperito, di cui si “ha esperienza”, ma di cui non si e “fatta esperienza”. L’accostarsi al limite produce eccitazione, spinte ad avventure mai fatte, brusche interruzioni, ritorno a ciò che di se stessi si e già sperimentato, alla sicurezza.

Camus parla dello straniero; potremmo aggiungere dell’estraneo, di ciò che e lontano, del non conosciuto. L’abbandono del già noto, del familiare, e il conseguente stato di spaesamento (altro termine affine alla paura), ci fu descritto da Ernesto De Martino con quel famoso scorcio in cui il contadino vedeva sempre più lontano il campanile del suo paese, Marcellinara; proprio in quel momento si accende la paura, nella forma dello spaesamento, dell’incontro con lo spazio vuoto di senso.

Tutte queste cose possono essere contenute nel termine a noi noto: l’Unheimlich. Con Freud c’è uno spostamento verso il profondo, entriamo negli stati più reconditi della nostra persona. Laddove, tutto ciò che non e Heimlich, cioè vicino, familiare, e il luogo delle nostre rimozioni che pur appartengono alla nostra persona. E allora quel senso di spaesamento, di sospensione, di paura non e altro che l’incontro con quanto già presente dentro di noi, segreto e sepolto.

Il termine “straniero” ben condensa ogni attribuzione di senso a queste esperienze. In esso si concentrano il disordine, lo sporco, il male; il tutto secondo una logica espulsiva di stampo paranoideo. La paura nasce da questo incontro, dal contatto con tutto ciò che si e relegato al di fuori, potremmo dire anche espulso; ma la paura più grande nasce dagli echi emanati da che ciò che e stato relegato all’esterno che ha pero dei profondi riverberi con ciò che e dentro di noi.

L’abitudine, la familiarità data dal quotidiano, comincia a spogliare lo straniero dalla sua prerogativa più distanziante, quella di “barbaro”, irrimediabilmente estraneo. Lo straniero si avvicina a noi negli scambi e nel commercio, nella ricerca di una lingua comune, e di sentimenti ed emozioni condivise, anche nel dolore. Giuliana Amorfini ci introduce a queste esperienze, di vicinanza, di condivisione nel riconoscimento di un sentimento a noi tutti ben noto, quello della nostalgia. E un sentimento che più di ogni altro riesce a creare un terreno comune, di condivisione profonda.

Seguendo un altro ordine di esperienze, nel saggio di Elena Guidi e di Arnaldo Stefano, noi vediamo come due operatori, di formazione molto diversa tra loro, possano efficacemente collaborare, con una proficua integrazione, a vantaggio dei pazienti e dell’istituzione.

Ancora l’istituzione e al centro del saggio di Cinzia Bonforte che mette in evidenza, al di la della buona organizzazione, tutto il carattere algido e anaffettivo che in tante occasioni e possibile incontrare.

Torniamo negli studi privati con l’esperienza di Sabina Salvaneschi che racconta i primi passi della sua esperienza che si e venuta a coniugare con l’organizzazione spaziale del suo studio. Tornando alle sedute pagate, in una riflessione di Alessandra Ceola, si riprende questo tema partendo da alcune incertezze e paure personali, sicuramente estensibili a tanti di noi.

Con i consueti consigli alla lettura si chiude questo numero.

 Giovanni Starace

Scorci

DORA SULLAM

I bambini e le loro paure in seduta. La storia di Andrea quando aveva nove anni

SABINA SALVANESCHI

Trasformando la stanza di analisi

CINZIA BONFORTE

Dietro all’oasi felice di Villa Ebenezer

ALESSANDRA CEOLA

Tra la paura di essere cattiva e quella di essere una cattiva terapeuta. Sul pagamento delle sedute saltate

FRANCESCA CAPPUCCIO, FABIOLA MENGOLI, NNADIA MARIA PERON, LUIGI ANTONIO PERROTTA

Paura in seduta

 

Istituzione

GIULIANA AMORFINI

L’incontro con pazienti di altre culture

ELENA GUIDI, ARNALDO STEFANO

Un’esperienza di collaborazione fra competenze diverse

Dibattito

ARMANDO ANGELUCCI

Vivere nella paura. Il caso degli agenti della Polizia di Stato

 

Letture

recensione di Egidio T. Errico

Massimo Recalcati, Le mani della madre

recensione di Raffaele Caprioli

Roland Gori, La dignità di pensare

recensione di Rosa Romano Toscani

Sigmund Freud, Ecco il sesso forte. Le donne e la psicoanalisi

recensione a cura della Redazione

Rita Corsa, Lucia Monterosa, Limite è speranza. Lo psicoanalista ferito e i suoi orizzonti

recensione di Roberta Russo

Giorgio Foresti, Dipendenze e capacità di amare oggi.

Alcune prospettive di intervento terapeutico

 

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