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Quotidiano "IL FOGLIO"
Rubrica FILOSOFEGGIO DUNQUE SONO
Martedi 30 Luglio 2019

 

Li ho conosciuti attraverso i loro libri. Di Rossella Valdrè, freudiana, ho letto prima La morte dentro la vita. Riflessioni psicoanalitiche sulla pulsione muta, poi Sulla sublimazione. Due splendidi libri. Di Renzo Zambello, junghiano, ho divorato Ricordi e riflessioni di uno psicoanalista. A entrambi ho chiesto di rispondere, da una prospettiva diversa, a venti domande identiche per aiutare il lettore a comprendere che cosa accade dentro la “mitica” stanza e chi sono davvero le due persone che hanno deciso di partire per un lungo “viaggio”.

Che cos’è e a che cosa serve l’analisi?

Rossella Valdrè: Resterei fedele alla definizione freudiana: un metodo di conoscenza e di cura che ha, unico tra tutti gli strumenti di cura, per oggetto l’inconscio. A livello individuale serve, o dovrebbe servire, a metterci in condizione di conoscere noi stessi, secondo il principio socratico, e in base a questa accresciuta conoscenza dirottare diversamente le nostre scelte e la nostra posizione nel mondo; serve a ridurre le rimozioni e quindi i sintomi nevrotici, che sono frutto della rimozione; questo apre il grande capitolo dell’analisi oggi, epoca in cui le patologie da rimozione, a differenza dei tempi di Freud, sono meno frequenti. Ma questo è un capitolo a sé. Vorrei dire che la psicoanalisi non si limita a essere una cura, essa é una Weltanschauung, una visione del mondo, con la quale possiamo interpretare e dare senso ai fenomeni collettivi, sociali, artistici. Alla domanda se si tratti o no di una scienza, altra questione dibattuta, direi che la trovo una questione oziosa: non abbiamo bisogno che la psicoanalisi risponda a requisiti scientifici. A mio parere, è più vicina all’arte che alla scienza.

Perché tanti anni fa decise di affidarsi a un analista?

R.V. Personalmente, avevo due ragioni. Diventare a mia volta analista, dopo la specializzazione in Psichiatria, e curarmi. Curarmi e conoscermi. All’inizio la spinta terapeutica (sono sempre stata un soggetto piuttosto depresso) era la maggiore, col tempo il desiderio di conoscenza ha avuto il sopravvento.

Come scelse i suoi analisti?

R.V. Ero giovane, non possedevo gli strumenti di oggi. Scelsi in base alla prima impressione, alla disponibilità, a cosa mi fu raccomandato e fui fortunata, trovai un buon analista. Oggi i miei criteri sarebbero diversi, più personali e più legati all’orientamento anche culturale dell'analista.

R.Z. Cercando. Il rapporto psicoanalitico ma, direi, ogni rapporto psicoterapeutico, è anzitutto un rapporto tra due persone e, come tutti i rapporti, può funzionare o non funzionare. C’è una vasta letteratura sullo specifico tema della scelta dello psicoterapeuta. A sua volta, il terapeuta  deve  chiedersi,  prima di iniziare un percorso terapeutico: ci sono i presupposti per questo percorso? È per questo motivo che  propongo  a tutti i pazienti che si presentano in studio per la prima volta chiedendomi un’analisi,  di incontrarci almeno tre volte prima di decidere cosa fare assieme. Lo scopo è di verificare se ci sono motivazioni sufficienti. Insomma, darci il tempo di scegliere.

R.V. Ottimo non saprei, non bisogna idealizzare. Un buon analista è frutto del connubio tra talento personale, intendo talento analitico, una cosa che non si impara, come non si impara nessun tipo di talento, artistico o altro, e una buona formazione, che comprende i due pilastri dell’analisi personale e del training. Aggiungerei che le rispondo come rispondeva Bion a chi gli chiedeva come scegliere i nuovi analisti alle selezioni: che amino la letteratura, il cinema, l’arte. Un buon analista è un soggetto appassionato alla cultura, a tutto ciò che rende erotica, fonte di piacere, la parola e il pensiero.

R.Z. No, questo non lo so proprio. Bisognerebbe sentirsi un ottimo analista per rispondere. Nessuno si può mai sentire ottimo, certamente non io. Comunque,  le doti minime essenziali per essere un analista sono: conoscersi, avere una buona capacità empatica e saper stare, come diceva Bion, davanti al paziente “senza storia e senza aspettative”. Significa essere capaci di cogliere il paziente nelle sua realtà. Solo allora sarà possibile che nel rapporto si generi  qualcosa di nuovo. Ecco, questa è una delle grandi differenze tra junghiani e freudiani. Freud diceva che il terapeuta deve star lì in seduta con il paziente fungendo da schermo bianco. Jung parla di coinfezione con il paziente. Paragona l’analisi a un  crogiuolo che separa e purifica. È chiaro, in quel crogiuolo è immerso anche l’analista. 

Le tante scuole in psicoanalisi aiutano o confondono?

R.V. Le troppe scuole di psicoterapia che il ministero ha legalizzato negli anni ’90 hanno creato un enorme mercato che confonde il pubblico, annacqua la vera psicoanalisi che fatica, agli occhi dell’opinione pubblica a distinguersi. Tutti dicono che ‘vanno dall’analista’ e in realtà non ci va quasi nessuno; un orientamento serio avrebbe reso legale solo una piccola parte di queste scuole, scegliendo tra gli orientamenti psicoanalitici, cognitivisti, ecc… Non credo crei confusione, invece, la storica separazione tra le scuole freudiane, lacaniane e junghiane, perché in questo caso il pubblico che vi si rivolge è in genere già orientato e capace di scegliere. Diciamo che oggi, in genere, l’offerta “psico" è eccessiva e pertanto confusa, a scapito della qualità.

R.Z. Al paziente  importa  poco la formazione del terapeuta, ne capisce anche poco. Al paziente interessa che il terapeuta lo capisca.

Perché ritiene Freud/Jung il più convincente dei maestri?

R.V. Be’, non avrei dubbi. Tutto il resto dipende da Freud, non ci sarebbe Lacan senza Freud, probabilmente non ci sarebbe neppure Jung, che si è distinto per differenza, ma sempre separandosi da Freud. Freud era un genio che ha non solo inventato un metodo di cura rivoluzionario, ma ha cambiato il nostro mondo, ha cambiato l’uomo del ‘900, non saremmo quelli che siamo, in Occidente, senza la psicoanalisi.

R.Z. Dico Jung perché era un folle e sapeva d’esserlo. Conosceva la potenza creatrice e distruttrice  della follia, dell’inconscio e degli archetipi che lo costellano.  La psichiatria con lui è passata da un elenco di comportamenti anomali alla possibilità di capire quali energie si muovano  nel profondo.

Per James Hillman siamo chiamati a “fare anima”. Per lei?

R.V. A diventare soggetti. Il maggior impegno di un individuo, come diceva Freud in ’Nuove considerazioni sulla guerra e la morte’, è pur sempre sopportare la vita. Può sembrare una visione un po’ prosaica e pessimista, eppure è vero: sopportare la vita è il maggior dovere di ogni vivente, scriveva nel 1915. Intendeva dire sopportare il peso della responsabilità, non delegare, diventare, cioè, dei soggetti, capaci di scelta. Siamo impegnati lungo tutto il corso della vita a diventare soggetti, non è affatto un’impresa scontata, e qualcuno non ci riesce mai. Di nuovo tocchiamo un tema, la soggettività e la conseguente nozione di responsabilità che vi è connessa, su cui oggi ci interroghiamo: la soggettività e la responsabilità non sono più al centro degli interessi dell’uomo contemporaneo.

R.Z. Per rimanere nel giardino di Hillman,  siamo chiamati a fare i giardinieri. Il compito dell’analista è permettere alla pianta di crescere. Noi dobbiamo solo dissodare la terra. La pianta, piccola o grande che sia, ha già  in sé la potenza per diventare ciò che è. L’analista non può aggiungere nulla ma solo favorire e a volte permettere la crescita.

Chi o che cosa decide quando termina l’analisi?

R.V. Di solito è il paziente. L’analizzando che sente di stare meglio, di poter fare da sé, ne parla con il suo analista e si conviene per il finire. In una buona analisi la decisione si fa viva nel tempo e appare nel transfert, nei sogni, nel materiale, nessuno la impone all’altro. A volte il paziente interrompe prima, per fuga nella salute, l’emergere di difese, la paura della dipendenza….ci sono molte situazioni. Idealmente, il paziente dovrebbe aver avuto accesso a parti di sé stesso che non conosceva, dovrebbe aumentare la capacità di simbolizzazione e sublimazione, essere più limato il narcisismo a favore del legame oggettuale…ma ognuno, in una cura così singolare, si cuce addosso da sé l’abito adatto, non ci sono risposte univoche. Freud considerava la ’normalità’ come capacità di amare e lavorare. Direi che è un principio ancora valido.

R.Z. L’analisi finisce quando non serve più. Fin che c’è bisogno, l’analisi ha senso. Certo anche in analisi si possono creare tematiche di dipendenza. Così come i figli che non riescono a uscire da casa. È  chiaro che se questo succedesse, qualcosa non ha funzionato. Lo scopo dell’analisi è favorire la crescita e crescere significa distaccarsi, separarsi. Quindi, paradossalmente, l’analisi aiuta a separarsi, a staccarsi. Certo, ognuno con i sui tempi e le sue difficoltà.

Qual è la forma più grave di nevrosi che si trova frequentemente davanti?

R.V. Va premesso che le nevrosi classiche, isteria e nevrosi ossessiva, non sono certo scomparse ma non sono più la psicopatologia elettiva con cui lavoriamo più frequentemente, come ai tempi di Freud, dove la stessa psicoanalisi si inaugurò con l’isteria. Tuttavia le forme isteriche, commiste a quadri di personalità extranevrotiche a tipo borderline o narcisistiche sono piuttosto frequenti. Le più gravi nevrosi che mi trovo a incontrare oggi, mantenendo l’accezione corretta del termine nevrosi, sono alcune forme isteriche importanti, con vissuti depressivi e sintomi di conversione incistati nel corpo, tenaci, con comportamenti autodistruttivi, o molte situazioni che esordiscono con il panico, che alcuni considerano una forma d’isteria moderna, ma il panico non si può considerare una nevrosi. Si incontrano poi con molta frequenza forme non nevrotiche, non psicotiche, vissuti di apatia e vuoto, mancanza di senso nella vita, forme di sofferenza che non si presentano al divano di Freud, e verso le quali la psicoanalisi vive una sfida, perché a rigore non sarebbero indicate alla psicoanalisi classica.

R.Z. Fino a dieci anni fa vedevo, come  penso tutti i miei colleghi,  pazienti che soffrivano di attacchi di panico.  Ora, tanti pazienti classificabili come borderline, prevalentemente narcisisti. La sofferenza è  sempre più profonda.

Curano di più le parole o i silenzi?

R.V. Entrambi. A seconda dei momenti, nella seduta o in quella particolare fase dell’analisi. Oggi è tramontato il silenzio eccessivo, un po’ caricaturale dei primi analisti, un malinteso senso della neutralità analitica, e il silenzio si può ritenere diverso anche a seconda della posizione teorica di un analista: in senso generale, un freudiano classico tenderà a intervenire meno di un analista kleiniano, a esempio. Ma sono differenze che non ritengo importanti. La parola, certamente, cura. La parola è un balsamo, la parola è veicolo di piacere, senso, emozione. A volte, con i pazienti che citavo sopra a scarsa capacità di rappresentare, è sufficiente la messa in parola da parte dell’analista per osservare dei miglioramenti. Credo che abbia ragione Lacan nel sostenere che la parola che cura non dovrebbe essere parola vuota, meglio il silenzio allora, questo però non giustifica a mio avviso il taglio della seduta.

R.Z. Non c’è in terapia un atteggiamento giusto a priori. Paziente e terapeuta sono lì, in un rapporto unico e irripetibile. Solo la sensibilità del terapeuta, la sua capacità di capire  può trasformare quel momento da un’ennesima esperienza di coazione a ripetere in qualcosa di nuovo.

Anche l’analista, come il padre, va ucciso o, se preferisce, oltrepassato?

R.V. Metaforicamente sì; dopo una certa identificazione, come col genitore, va superato. L’analisi riproduce la vita con i primi oggetti, che per noi sono stati i genitori, e dai genitori occorre separarsi. Se il processo avviene bene, l’analista viene interiorizzato come un buon oggetto che andrà a comporre il mondo interno del paziente, e lo farà in futuro sentire meno solo. Credo che dopo un’analisi si diventi, inevitabilmente, un po’ più soli e un po’ più capaci di tollerare la solitudine.

R.Z. È incredibile come facciamo fatica a capire anche quando siamo di fronte all’evidente. È potente la metafora freudiana del complesso di Edipo, ma Sofocle non dice affatto che la soluzione sta nell’uccisione del padre. Anzi, il contrario.  È vero che sprechiamo tante energie nell’invidia  per chi, a nostro parere, è più potente,  bello, fortunato o  capace,  ma la soluzione non è mai nell’uccisione del padre o chi per lui, ossia nell’annullamento di questa tensione invidiosa. Per Sofocle, Edipo dopo che ha ucciso il padre Laio, si acceca. Non potrà più vedere niente del mondo, sprofonderà nelle tenebre. E allora? Allora, la soluzione è accettarci per come siamo. Un’accettazione che passa attraverso una conoscenza di noi stessi . Se riusciamo a far questo,  forse ci accorgeremo che siamo già potenti quanto il padre e  gli altri. I miei pazienti?  Quelli che hanno finito l’analisi, fanno la loro strada.  Sono ormai mentalmente distanti, anche se le confesso che spero pensino a me con sentimenti di riconoscenza. Spero che nessuno mi abbia ucciso.

Come si lavora per far crollare le resistenze? 

R.V. I primi analisti, Reich in primis e altri, dedicarono ampi studi sull’analisi delle resistenze. Oggi questo interesse tecnico specifico è un po’ scemato, ma il lavoro sulle resistenze fa parte del bagaglio di ogni analista, che lo userà secondo il suo personale sentire e il suo orientamento. Si può procedere lavorando subito sulle resistenze, interpretandole nel transfert appena si presentano, nello stile kleiniano, o attendere un timing più opportuno, che trova il paziente più pronto, in uno stile più classicamente freudiano. Quale che sia lo stile, senza analisi delle resistenze, spesso subdole e occulte, non si procede. Non dimentichiamo la grande lezione di Freud del 1920: le persone vengono in analisi ma non vogliono guarire, non vogliono cambiare. Tutto il nostro lavoro, in quest’ottica, è un lavoro sulla resistenza.

R.Z. Ma io non voglio far crollare niente. Il rapporto analitico non è un campo di battaglia. Interpreto le resistenze ma lascio che il paziente le usi come e quando crede. Il mio compito è solo quello di dirgli come lui funziona, poi, fa quello che vuole. Sono sicuro che quello che lui sceglie è più vero, più originale di quello che posso pensare io. Le dicevo, sto davanti al paziente senza aspettative.

È più complicata la gestione del transfert o del controtransfert?

R.V. Entrambe. Non so se complicata è la parola giusta, certo impegnativa. Freud ritenne dapprima il transfert, poi anche il controtransfert, un ingombro, qualcosa da eliminare. Come è noto, sul transfert dopo l’analisi di Dora cambiò idea, sul controtransfert forse non ne ebbe il tempo. Da allora la visuale su questi concetti si è allargata molto, fino ad arrivare a oggi a correnti che vedono tutto come co-creato, tutto transfert e controtransfert; li trovo eccessivi, credo vadano mantenuti nella loro accezione classica. Perché è una gestione complicata? Perché ci coinvolge personalmente, non possiamo sottrarci, non possiamo ignorarlo. Beninteso, il transfert non è specifico della psicoanalisi, non lo ha inventato la psicoanalisi, si sviluppa in ogni relazione umana intima e significativa, ma solo la psicoanalisi lo usa, ne ha fatto un mezzo tecnico, terapeutico. In questo la terapia analitica si distingue da tutte le altre.

R.Z. Certamente del controtransfert, ovvero del mio vissuto emotivo nei confronti del paziente. Il controtransfert   è  uno dei cardini della psicoterapia junghiana. È Jung a volere che i futuri analisti   dopo una analisi personale facciano una seconda analisi dove l’attenzione verterà proprio sulle motivazioni più profonde che spingono a voler fare il terapeuta. L’analisi specifica del controtransfert avverrà poi  in sede di supervisione. Certo, per Freud è un po’ diverso. Se ci pensiamo,  la posizione distaccata dell’analista freudiano classico gli permetteva di non avere così bisogno di analizzare il suo controtransfert, ma per lo junghiano  il rapporto terapeutico prevede l’immersione nel crogiuolo analitico, ed è lì che nasce la necessità irrinunciabile della conoscenza del controtransfert.  Per la verità,   come l’analista non deve bloccare  o modificare il transfert del paziente ma renderlo visibile all’interno del rapporto terapeutico, così egli non può tacersi o negarsi il controtransfert. Anzi, si servirà di quello per capire meglio il paziente. Faccio un esempio. Il paziente  parla delle sue difficoltà e fantasie e il terapeuta si sente irritato. Egli si deve chiedere: perché il paziente mi vuole fare arrabbiare? Il controtransfert diventa allora, non una emozione che intralcia il rapporto, come dicevano Freud e Lacan,  ma uno strumento in mano al terapeuta per capire meglio cosa sta succedendo.

Per  Freud, il sogno è la via regia per accedere all’inconscio. Se viene ben interpretato, aggiungerei. È possibile avere conferma di una buona interpretazione?

R.V. Direi di sì. Non tanto dall’approvazione o meno del paziente, ma dalle sue associazioni, dal materiale della seduta successiva, nel tempo dai cambiamenti, sintomatici o meno.

R.Z. La buona interpretazione è quella che serve al paziente. Bisogna intendersi, non quella che suggestiona il paziente e magari gli fa dire: che bella! L’interpretazione utile è quella che semina dubbi, nuove possibilità nella mente del paziente. Può coglierle subito, spesso le contrasta, non le capisce ma intanto si depositano nel suo inconscio. Lavorano dentro di lui. Dico sempre ai pazienti, non preoccupatevi delle mie interpretazioni, queste sono come la Vitamina C, se ne abbiamo bisogno la utilizziamo, se non ci serve la eliminiamo e non succede niente. Vede, parto dal presupposto che è in me una certezza: l’inconscio del mio paziente e immensamente più ricco di quanto io possa cogliere. Le mie interpretazioni  sono sicuramente molto, ma molto più povere di quanto lui ha in potenza.  Quindi non mi preoccupo  proprio della verità di una mia interpretazione. Questa è sempre e comunque una piccola parte del suo tutto. Però, come la Vitamina C,  indispensabile se uno ne ha bisogno.

Ha faticato di più a lavorare con il suo inconscio o con quello degli altri?

R.V. Lavoro parallelamente con tutti e due, la mia autoanalisi è imprescindibile dalla mia attività clinica. Non sarebbe pensabile l’una senza l’altra, non si può fare questo lavoro senza una costante autoanalisi, e nell’analizzare noi stessi non si può prescindere dal contributo degli altri, compresi i pazienti che entrano nel nostro mondo inconscio. Personalmente, essendo un’analista molto legata all’arte, al cinema, alla letteratura, tutte queste forme, questi linguaggi sono per me, e lo spero sempre per i pazienti, mezzi straordinari per toccare il mio inconscio.

R.Z. Lei lo sa bene, il sottotitolo del mio libro voleva essere: “Se ci sono riuscito io, ci potete riuscire tutti”. L’editore non ha voluto metterlo ma il senso era: guardate che io sono stato molto più matto di voi. Chi mi ha salvato? La mia caparbietà e l’incontro con analisti che hanno saputo ascoltarmi. Pertanto non mi stanco ma, soprattutto,  non mi meraviglio  mai per le difficoltà dell’altro. Io so che se lui vuole può e, il fatto che sia lì con me a cercare, è già indicativo per avere speranza.

Il costo elevato di un lungo percorso analitico ha spinto molti a orientarsi verso le cosiddette analisi brevi, ma può esistere un’analisi breve?

R.V. In linea teorica, no. È sempre valido il ragionamento freudiano del ’37 di Analisi terminabile e interminabile: dovremmo periodicamente ri-analizzarci, il processo non ha mai fine. Bisogna però fare i conti con la realtà e con le richieste pressanti del paziente contemporaneo; a volte analisi brevi, se assumiamo di lavorare su un focus, o su situazioni post-traumatiche, reattive, possono essere efficaci. Non si può essere brevi nei disturbi di personalità, a esempio. È importante quindi il discrimine diagnostico.

R.Z. No, no,  su questo tema non ci sono o non ci dovrebbero essere dubbi, l’analisi è un investimento. Tanto o poco, dipende da cosa vuoi investire, cosa vuoi fare. Le faccio un esempio: ammettiamo che io sia un allenatore, un personal trainer. Viene da me uno che mi dice: guarda, voglio andare a fare la mezza maratona a Milano, mi aiuti? È chiaro che imposterò un programma e prevedrò un tempo adeguato. Ma se arriva un altro e mi dice: scusa mi prepari per una salita sul  Resegone? È evidente che la preparazione e il tempo saranno diversi. E se poi un terzo mi chiedesse di prepararlo per andare sul Monte Bianco, sarebbe tutta un’altra preparazione e tempo. È il paziente che decide dove vuole andare e  che aspettative ha. Io cerco di fare alla meglio il personal trainer.

L’analisi è un cammino di libertà. Le piace questa definizione o è incompleta?

R.V. Mi piace, è suggestiva e affascinante. Diciamo che è incompleta perché la libertà è un fine, è ciò a cui auspicabilmente si arriva, ma il tragitto, il lavoro, può risultare al paziente in certi fasi pesante, doloroso, costrittivo, come se non fosse lui quello che ha scelto di andare in analisi. Nel complesso, certamente il senso di libertà personale, di libertà dalla croste identificatorie, dal conformismo, dalla gregarie, dovrebbe aumentare in un buon percorso analitico. Perciò l’analisi fa paura, come diceva Dostojevskij, gli uomini non vogliono la libertà, la temono come non mai.

R.Z. Parlare di libertà, soprattutto rispetto a sé stessi è sempre un po’ retorico. Diciamo che l’analisi aiuta ad essere più liberi. O meglio, a intravvedere la strada verso la libertà.

Qual è il rischio che si cela dietro l’angolo dell’analista?

R.V. Il rischio è sempre non capire, non entrare in contatto con quella certa persona, sbagliare strada….sono momenti dolorosi. La professione analitica, poi, è piena di rischi: la solitudine, il carico transferale e controtransferale, oggi anche la crisi, essendo l’analista un professionista, è uno dei rischi depressivi, di crisi identitaria che l’analista corre.

R.Z. Credere di salvare gli altri. L’analisi è uno strumento nobilissimo che può aiutare chi lo usa a trovarsi, a conoscersi meglio. Soprattutto  quella junghiana  ci aiuta a  conoscere l’ombra che ci avvolge. Potersi riconoscere, come dice Nietzsche nelle “Tre metamorfosi”, in un fanciullo cosciente della sua fragilità, ma anche della sua potenza che lo rende libero. Ma, bisogna volerlo e Platone lo disse già nel “mito della caverna”: la maggio parte delle persone preferisce stare nella grotta e conoscere la realtà attraverso le ombre. Non possiamo farci niente, neanche l’analisi ci può far niente.

Per Thomas Ogden ci vogliono due persone per pensare, ma sono davvero soltanto due le persone che si incontrano durante la seduta?

R.V. Ha ragione. Nella seduta si incontrano due soggetti e i loro oggetti interni: gli oggetti parentali prima di tutto, ma non solo, tutte le identificazioni con gli oggetti perduti e con quelli attuali che ci portiamo dentro, che formano, costituiscono la nostra identità…. molti soggetti sono quindi sulla scena, la corrente narratologica dice molti personaggi, se consideriamo la seduta come un teatro dove l’inconscio si dispiega con tutti i suoi personaggi. il regista resta l’analista, la responsabilità della cura è la nostra.

R.Z. Durante la seduta si libera ogni tipo di fantasma. Il paziente può accarezzare i suoi archetipi, sicuro che l’analista è lì con lui ma, nel contempo, è saldo nella realtà. Mi piace evocare una immagine che noi tutti conosciamo: il padre che gioca libero con il figlio. Il padre, gioca, si diverte  e  non ha paura  di faticare e sporcarsi, eppure mai per un attimo perde il contatto con la realtà. Se il figlio si mette in pericolo, lui subito interviene. Ed è lui, il padre, che detta i tempi del gioco. È questa la cornice del setting analitico, all’interno del quale tutto è possibile.

La sfera della sessualità è sempre al centro dell’analisi o c’è altro?

R.V. Secondo alcuni analisti, più fedeli alla metapsicologia freudiana, sì, la sessualità è centrale, e io posso in parte dirmi tra questi, anche se lavoro con modalità flessibile e tenendo conto anche di altri contributi; per molte correnti post-freudiane e contemporanee, come l’intersoggettivismo, la sessualità non ha alcun ruolo. Nella mia visione, una psicoanalisi che escluda l’immensa scoperta della sessualità infantile (quando parliamo di sessualità parliamo di psicosessuali), il gioco delle pulsioni e dei loro destini, non può dirsi psicoanalisi. Ma, come dico, gli orientamenti oggi sono diversi e non tutti tengono in uguale conto la psicosessualità.

R.Z. Dipende dagli anni del paziente e anche dalle sue tematiche. È chiaro che un adolescente fa i conti in maniera un po’ più coercitiva con la propria sessualità di quanto mediamente ne faccia una persona adulta. Jung distingueva due possibili  analisi durante la vita dell’uomo, una fino ai quaranta anni e una poi. Nella prima essenzialmente bisognava arrivare a gestire le proprie pulsioni: libido e aggressività. Nella seconda analisi, in una età adulta,  affrontare  le tematiche legate all’individuazione, diventare sé stessi.

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Quotidiano "IL FOGLIO"
Rubrica FILOSOFEGGIO DUNQUE SONO
Mercoledi 15 Agosto 2019

 

Chi ha letto i libri di Antonio Alberto Semi sa delle sue pagine raffinate. Davanti alle nostre venti domande si è chiesto se rispondere a mo’ di trattato, che pure scrisse tanti anni fa, o a monosillabi. Ha risposto da par suo, da uomo intelligente, da analista che sa guardare fuori e dentro di sé.

Che cos’è e a che cosa serve l’analisi?
È un metodo di indagine dell’attività psichica. In pratica alcune tecniche derivate e coerenti con il metodo consentono un’attività detta “clinica”. Dai dati ricavati tramite questa attività vengono costruite ipotesi teoriche e teorie generali. Metodo, clinica e teoria sono inscindibili. La psicoanalisi serve a comprendere la propria complessità e quella altrui e le rispettive soggettività.

Perché tanti anni fa decise di affidarsi a un analista?
Fatti miei. Cioè “fatti”- dunque qualcosa di preciso - e “miei” dunque personali e che sarebbe inutile esibire.

Come scelse i suoi analisti?
Scelsi il mio analista dopo aver colloquiato con due-tre.

Che cosa occorre per fare un ottimo analista?
L’ottimo analista non esiste oppure è il risultato di una idealizzazione. Invece per fare bene il proprio mestiere occorre una buona dose di onestà intellettuale, di autocritica e autoironia, di comprensione dei propri stati d’animo.

Le tante scuole in psicoanalisi aiutano o confondono?
Tante scuole? Ce ne sono poche o pochissime, purtroppo la parola “psicoanalisi” è così prestigiosa che viene usata per qualsiasi altra attività “clinica”.

Perché ritiene Freud il più convincente dei maestri?
Freud non vuole convincere nessuno. Era davvero un laico. Le sue ipotesi cliniche, teoriche e di metodo sono sempre discusse da lui stesso e discutibili.

Per James Hillman siamo chiamati a “fare anima”. Per lei?
Penso che l’ “anima” sia una costruzione teorica pleonastica.

Chi o che cosa decide quando termina l’analisi?
Come dice Danilo Toninelli, è una questione di rapporto tra costi e benefici. Umani, non economici.

Qual è la forma più grave di nevrosi che si trova frequentemente davanti?
Domanda mal posta. La nevrosi è sempre grave perché fa soffrire e fallire, fare gerarchie di sofferenze è estraneo all’analisi.

Curano di più le parole o i silenzi?
Mah! Le parole possono rappresentare un silenzio totale, si parla per non dire alcunché, il silenzio può rappresentare una disponibilità o una indifferenza. In ogni caso sono fenomeni coscienti che possono avere motivazioni inconsce diversissime.

Anche l’analista, come il padre, va ucciso o, se preferisce, oltrepassato?
Ma no, sono modi di dire. E’ importante che in analisi sia possibile sperimentare la propria capacità e il proprio desiderio di uccidere – e che ci sia qualcuno che è in grado di affrontare assieme queste tendenze umane.

Come si lavora per far crollare le resistenze?
Il problema è sempre quello di poter riconoscere – entrambi – quanto il pensiero conscio sia spesso e per lo più implichi qualcos’altro. Riconoscere che il proprio pensiero è “pilotato” da altro, ossia dall’inconscio, è sempre difficile ma anche entusiasmante e spesso divertente.

È più complicata la gestione del transfert o del controtransfert?
Siccome lavoro su ipotesi di origine freudiana, ritengo che il transfert sia quel che l’analizzando trasmette all’inconscio dell’analista. Il controtransfert è in primo luogo l’opposizione – per lo più narcisistica e inconscia – al riconoscere che il nostro pensiero (compresi gli affetti, ovviamente) è stato spossessato da un altro senza che noi abbiamo potuto far nulla per impedirlo. La forma che assume questa opposizione e che giunge alla coscienza dell’analista, è spesso utile per poter affrontare il transfert.

Per Freud, il sogno è la via regia per accedere all’inconscio. Se viene ben interpretato, aggiungerei. È possibile avere conferma di una buona interpretazione?
Come no! Ma in genere non immediatamente, attraverso minimi e progressivi spostamenti d’accento. In ogni caso, la “buona” interpretazione riguarda il lavoro che l’apparato psichico ha compiuto per esprimere qualcosa di altrimenti inesprimibile. Anche per questo le interpretazioni “facili” o “evidenti” sono in generale delle bufale.

Ha faticato di più a lavorare con il suo inconscio o con quello degli altri?
Perché non porre viceversa la domanda se abbia provato maggiore piacere a lavorare con il mio inconscio o con quello degli altri? La fatica c’è, beninteso, ma il piacere di comprendere – sé e gli altri – è certamente maggiore.

Il costo elevato di un lungo percorso analitico ha spinto molti a orientarsi verso le cosiddette analisi brevi, ma può esistere un’analisi breve?
Mah! Cosa vuol dire “breve”? Un’analisi o è tale o non è. Chi spaccia trattamenti brevi è un professionista delle fake news. In genere ha successo perché molte persone chiedono solo di rafforzare le proprie difese, non di capirsi: tanti auguri.

L’analisi è un cammino di libertà. Le piace questa definizione o è incompleta?
Mi piace pur che sia chiaro che il cammino si svolge tra il riconoscimento del proprio destino e quello delle proprie possibilità.

Qual è il rischio che si cela dietro l’angolo dell’analista?
Tanti rischi. Pensare – inconsciamente – di essere un guru o un profeta o un caposcuola (vedi sopra sulle scuole) o di “aver capito davvero” com’è fatto l’altro. In generale, il rischio appunto di perdere il gusto del mestiere.

Per Thomas Ogden ci vogliono due persone per pensare, ma sono davvero soltanto due le persone che si incontrano durante la seduta?
Quella di Ogden è una banalità, lui è un bravissimo espositore ma cade spesso in formulette di quel genere. Il fatto drammatico dell’essere umano è che il pensiero proprio è sempre anche pensiero dell’altro, fin dalla nascita. Beninteso: il pensiero serve per vivere, dunque qualche modo di pensare verrebbe comunque elaborato, anche senza la presenza di un altro, ma di questo non sappiamo nulla. Poi quanti soggetti inconsci si costituiscano nell’animo di ciascuno è un elemento da scoprire durante l’analisi. Perciò la disidentificazione è ancor più importante della identificazione, che pure ci consente di pensare.

La sfera della sessualità è sempre al centro dell’analisi o c’è altro?
La psicosessualità è sempre al centro dello sviluppo della soggettività dell’essere umano, dunque anche in analisi. C’è altro? Oh, c’è tanto altro. Tanto più oggi, allorché sembra diffondersi il divieto sociale e la paura conformistica conseguente di comprendere davvero cosa voglia dire la soggettività – con tutto il carico di tristezza ma anche di gioia, di limitata potenza ma anche di creatività – che essa comporta. L’orientamento della nostra cultura sembra essere quello di favorire le pecore, i sudditi anziché i cittadini, se si intende con questo termine indicare la meravigliosa differenza che esiste tra un essere umano e l’altro, differenza che chiede e promuove lo scambio fertile.

Quotidiano "IL MESSAGGERO"
Rubrica SALUTE
Mercoledi 5 Giugno 2019

 

Se per curare la mente il farmaco è la parola

Carla Massi

Più parole, meno medicine.
Più tempo al racconto e meno al dolore sordo, quello che maledettamente regalano ansia e depressione.
Hanno deciso di alzare la voce gli specialisti della psiche che si sono dati appuntamento a Roma venerdì 7 giugno a La Sapienza aula magna del Rettorato.
Una giornata intera di dibattito tra i rappresentanti dell’Associazione italiana psicologia analitica, dell’European federation for psychoanalytic psychotherapy e della Società psicoanalitica italiana sulla efficacia della psicoterapia psicoanalitica nei contesti di cura. Freudiani e junghiani saranno insieme.
Alzano la voce per denunciare che, negli ultimi anni, la terapia della parola sta via via scomparendo nei centri pubblici dedicati ai disturbi mentali. Sempre meno incontri e colloqui, a loro avviso, e sempre più terapie farmacologiche. Dai bambini agli adulti.
«Non tutti i disturbi posso essere eliminati con cure a base di pillole - spiega Luisa Carbone Tirelli, presidente dell’Associazione italiana di psicoterapia psicoanalitica dell’infanzia, adolescenza e famiglia - soprattutto tra i piccolissimi. Eppure oggi, un bambino, per iniziare nel pubblico un percorso di tipo psicologico, può arrivare ad aspettare anche un anno.
Tutti sappiamo che intervenire in tempo significa cambiare il corso della vita di un futuro adulto. Oggi, invece, è dilagante la medicalizzazione dei problemi, senza tenere in considerazione quale potrebbe essere il beneficio di un’analisi più ampia. Che si occupi della sua famiglia, del suo quotidiano».

IL CIBO
Un quotidiano, per molti bambini, fatto di notti passate con gli occhi sbarrati, di alimenti rifiutati, di difficoltà a tenere le relazioni, di mutismi improvvisi. «Riuscire ad avvicinarli in modo diverso - aggiunge Luisa Carbone Tirelli - significa aiutarli a costruire il processo di un pensiero. A toccare le paure e superarle con la terapeuta e i genitori. Un lavoro lento, un lavoro che sicuramente porta dei grandi vantaggi ma che oggi il servizio pubblico non riesce a dare. Direi non riesce più a dare. Se ci voltiamo dobbiamo constatare un grande passo indietro».
Stesso tipo di strategia terapeutica per l’adulto. Visita, farmaco e niente parole. A meno che non ci si rivolga al privato. Eppure, sono gli specialisti, che fanno i conti, la scelta psicoanalitica potrebbe portare anche un risparmio a lungo termine per il servizio sanitario. Basta ricordare che, da noi, sei milioni di persone sono colpite da due o più disturbi psichici.
Parliamo di ansia e depressione, per citarne solo due.
«Sono 2,8 milioni coloro che soffrono di depressione, il 5,4% della popolazione dai quindici anni in su - ricorda Anna Maria Nicolò presidente della Società psicoanalitica italiana - Eppure, assistiamo ad una sostanziale esclusione di trattamenti basati sulla relazione nel pubblico perché ritenuti lunghi, costosi e incompatibili con la pratica psichiatrica».

L’INVALIDITÀ
Secondo le ultime stime dell’Organizzazione mondiale della sanità il 10-20% di bambini e adolescenti soffre di disturbi mentali.
Mentre nel 2020 la depressione sarà la seconda causa di invalidità per malattia subito dopo le patologie cardiovascolari.
«Riuscire a stare con un po’ di tempo insieme ad un bambino ci permette di vedere come si muove, perché ripete alcuni comportamenti. Lui non sa che cosa è un trauma e i ricordi si raccontano male ma riesce ugualmente a far- si capire e mostrare il disagio. Ovviamente lo si deve sapere interpretare - dice ancora Luisa CarboneTirelli - e, soprattutto, spiegare ad una mamma o ad un papà».

Venerdì, dunque, gli specialisti escono dagli studi e a voce alta chiedono che il flusso dei propri pensieri (o movimenti) riesca ad entrare nei servizi delle Asl a pieno titolo. L’obiettivo è quello di «non lavorare solo con pazienti ricchi e nevrotici» aggiunge Alessandra De Coro, presidente dell’Associazione italiana di psicologia analitica.

 

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Quotidiano "IL MANIFESTO"
Rubrica CULTURA
Mercoledi 5 Giugno 2019

 

Solo alla psicoanalisi sta a cuore il senso della sofferenza mentale

Francesca Borrelli

 

Da anni, ormai, della sofferenza mentale si è impossessato un ingegnoso mercato, che punta sulla idealizzazione delle neuroscienze e sugli effetti delle terapie cognitiviste, entrambe perfettamente sintonizzate con l’individualismo contemporaneo e il tempo della fretta. La cacciata in esilio del senso ha colonizzato il senso comune: non è un gioco di parole, è precisamente quanto è avvenuto in coincidenza con ciò che Alain Ehrenberg chiama, nel suo ultimo libro – La meccanica delle passioni (Einaudi, 2019) – l’avvento di un uomo nuovo: «l’uomo neurale».

ANCHE A CHI non sia un cultore di Freud è evidente come ciò che ci identifica non è il nostro cervello, bensì ciò che facciamo della nostra esistenza. In questo contesto, notava nel 2015 Miguel Benasayag, quel che spesso si nasconde dietro gli attacchi alla psicoanalisi non è ascrivibile alle sue lacune, ma è piuttosto frutto delle sue virtù: sembra che a venire soprattutto rifiutata sia infatti, la «dimensione tragica» della cura analitica, quel contatto del singolo con il mondo in cui risuona l’eco hegeliana di una teoria della storia secondo la quale gli individui, pur dedicandosi alle loro attività e perseguendo fini egoistici servono, sebbene inconsciamente, un comune disegno di emancipazione. L’universo dell’uomo contemporaneo – scrive ancora lo psichiatra argentino – si ferma invece ai confini del corpo. Eppure, nemmeno quando si limita a un fenomeno fisico, il dolore si esaurisce, in realtà, in un impulso nervoso: la sua percezione dipende, infatti, dalla diversa griglia interpretativa che ha in dotazione ciascun individuo. Detto altrimenti, non esiste dolore che preceda il senso.

A dispetto di questa evidenza, Anna Maria Nicolò, attuale presidente della Spi, introdurrà il convegno L’efficacia della psicoterapia psicoanalitica nei contesti di cura (promosso dalla Società Psicoanalitica Italiana, dalla Associazione Italiana Psicologia Analitica, e da Soci Italiani European Federation for Psychoanalytic Psychotherapy) il 7 giugno all’Università La Sapienza di Roma, sottolineando come «la psicoterapia sta praticamente sparendo dalle istituzioni e l’approccio psicodinamico, che aveva tanto bene orientato la prevenzione, la diagnosi e la cura nei consultori, nelle équipe mediche psicopedagogiche delle scuole, nei centri di salute mentale e negli ospedali, viene relegato a settori o a operatori rari e isolati».

ORMAI ALMENO due generazioni di psichiatri sono stati allenati a ignorare la ricorsività intrinseca a giochi linguistici che, se interpretati, potrebbero aiutare sensibilmente molti dei loro pazienti, trattati invece farmacologicamente sulla base di un investimento di interessi sul cervello piuttosto che sulla psiche.
Nel denunciare la illusoria prassi di sbarazzarsi dei sintomi schizofrenici trasferendoli sui farmaci, il grande psicoanalista inglese Christopher Bollas ha parlato di «incarcerazione psicotropa», identificando nella medicalizzazione vigente una minaccia alla dimensione umana. Per molti aspetti, infatti, sintomo e persona sono tutt’uno. «Di fatto – scrive Bollas – l’idea che i disturbi mentali possano essere risolti tramite un intervento neurologico è un errore categoriale ridicolo quanto lo è confondere un programma radiofonico con la radio stessa».
Da che la ricerca empirica ha ormai dimostrato l’efficacia dei trattamenti analitici, ciò che è in gioco – dirà Antonello Correale al convegno – è «capire come e per chi il trattamento analitico funziona e chiarire quali siano i fattori terapeutici realmente attivi». La psicoterapia a orientamento dinamico ha rivelato la sua particolare efficacia nel trattamento della depressione, «inesorabile contropartita dell’uomo che si pretende sovrano» ha scritto Ehrenberg, in un saggio ormai famoso, La fatica di essere se stessi, che analizza questa «malattia della responsabilità» come tipica di dinamiche sociali dove il conflitto non è più fra ciò che è permesso e ciò che è vietato, bensì tra ciò che è possibile, ovvero alla nostra portata, e ciò che è inaccessibile, sebbene propagandato come dipendente dalle nostre capacità autoimprenditoriali.

AL CONVEGNO che avrà inizio venerdì, Antonello Colli si incaricherà di riassumere le critiche più frequenti alle terapie psicoanalitiche: «non sono validate empiricamente; laddove esistano prove empiriche l’efficacia delle terapie psicoanalitiche è modesta se paragonata ad altre terapie evidence based; sono eccessivamente e inutilmente lunghe e costose». Ma «mettere in atto una valutazione psicodinamica in età evolutiva, significa – farà notare Mirella Galeota – sostare senza fretta a osservare e interrogarsi sulla persona intera del paziente, non solo sul disturbo o sull’organo o la singola funzione… Valutare psicodinamicamente un minore significa utilizzare il metodo psicoanalitico che è il solo che consente di stare con propria mente in relazione con la mente dell’altro».

 

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Quotidiano "LA REPUBBLICA"
Rubrica CULTURA
Mercoledi 9 Gennaio 2019

 

Le sfide della psicoanalisi nel saggio ”Dislocazioni” curato da Lorena Preta

Moreno Montanari

Avreste mai detto che il secondo paese con il più alto chirurgiche per il cambiamento disesso, dopo la Thailandia, fosse l’Iran? Che fu addirittura l’Ayatollah Khomeini a decretare che «la riattribuzione di genere, se prescritta da un medico affidabile, non va contro la Sharia» e che tali operazioni, in un paese nel quale la condizione della donna non
sembra brillare per particolare libertà, sono più gli uomini che chiedono di cambiare la loro sessualità biologica che le donne? Dovremmo dedurre che stereotipi e pregiudizi sono duri a morire e che l’Iran ultraconservatore rivela invece un lato iperliberale su questioni così delicate, con tanto di sostegno psicologico ed economico a chi vuole cambiare sesso?Solo in apparenza, perché come ha mostrato la psicoanalista iraniana Gohar Homayounpour,molte di queste persone non si opererebbero se nel loro Stato l’omosessualità non fosse considerato un reato punibile con la pena di morte, per cui il loro transgenderismo in molti casi appare come l’unica soluzione per continuare a vivere in società che li costringe ad omologarsi ai canoni della presunta sessualità “naturale”. Ma il fatto è che una sessualità naturale non esiste e che per quanto siamo indotti a pensarla come una questione privata e istintuale, essa è in realtà intrinsecamente culturale e politica, come ha spiegato bene Michel Foucault. Basta considerare il diverso modo in cui ciascuno di noi la vive nel corso degli anni, nelle diverse relazioni a cui ha dato vita, per osservare come la propria personale concezione delle identità sessuali altre cambi. Lo spiega bene Vittorio Lingiardi: «La nostra sessualità e i nostri generi sono costruzioni evolutive e relazionali: contemporaneamente biologiche e sociali, creative e difensive; sono il risultato di predisposizioni genetiche e ormonali ma anche di aspettative familiari e pressioni sociali». Al punto che «il genere è qualche cosa che facciamo piuttosto che qualcosa che siamo» esattamente come la nostra identità che, come mostrava già nel XIX secolo il filosofo Kierkegaard, non è alcunché di dato, fisso, sostanziale, ma costituisce l’esito, sempre in divenire, del modo in cui ci rapportiamo a noi stessi. Il tema della transessualità diviene così il
paradigma di un atteggiamento che crede di poter ridurre lo psichico al corporeo trasferendo su di esso questioni che andrebbero invece elaborate psichicamente e offre lo spunto al titolo di questo prezioso libro collettaneo a cura di Lorena Preta: Dislocazioni. Nuove forme del disagio psichico e sociale (Mimesis, per la collana Geografie della psicoanalisi). Analizzando diversi scenari di misconoscimento del corpo, avvertito sempre più come estraneo e oggetto di una frammentazione disgregante che sembra legata alla pulsione di morte, gli autori provano a tracciare una nuova cartografia del soggetto indagandone il ruolo in un mondo dominato da nuove forme di comunicazione, spazi virtuali, biotecnologie che sovvertono la percezione usuale del nostro corpo, ridefiniscono la sessualità e danno forma a inedite organizzazioni della famiglia. In questo nuovo scenario in cui gli individui, osserva Preta, «sembrano caratterizzati da una tendenza ad agire l’inconscio, come se questo fosse rivoltato fuori e si fosse persa la necessaria distinzione tra mondo interno e realtà esterna», la funzione della psicoanalisi sembra essere quella di insegnare a smontare l’erronea idea di un’identità monolitica, adialettica e definita per sottrazione da un’alterità che invece ci abita e ci arricchisce. Per apprendere che divenire ciò che si è significa in fondo disporsi a essere ciò che possiamo diventare.

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Quotidiano "LA REPUBBLICA"
Rubrica TERZA PAGINA
Venerdi 23 Novembre 2018

Il culto della normalità. A colloquio con C. Bollas
di Vittorio Lingiardi

Chrislopher Bollas è una delle voci più originali e carismatiche della psicoanalisi contemporanea. Ha amici e nemici, questi ultimi considerandolo di indole letteraria, disinvolto nel pluralismo teorico, troppo ispirato e immerso nella sua fede psicoanalitica. Per gli amanti del pop, è l'unico psicoanalista menzionato nella prima serie originale (la migliore) di In Treatment. Nato negli Usa, ma di fondazione clinica londinese, ha studiato con Francis Tustin e Donald Meltzer, è stato analizzato da Masud Khan. È tra i curatori dell'opera di Winnicott, ha subito il fascino di Lacan.
Per anni ha svolto attività di formazione a Roma, presso l'Istituto di Neuropsichiatria infantile di via dei Sabelli che, dice, «rimane il miglior centro psichiatrico per bambini che abbia mai visto. È prolifico: per quantità di libri, generi e neologismi. La sua scrittura risuona in modo subliminale ed è disseminata di concetti come “conosciuto non pensato”, “oggetto trasformativo”, “identificazione estrattiva”, creati per spingere sempre più in là il pensiero clinico.
Questo analista proteiforme sarà ospite del convegno nazionale della Società Psicoanalitica Italiana “Dalla consultazione alla costruzione della relazione analitica”. Un titolo opportuno che evoca il respiro clinico che dal primo colloquio conduce al vero veicolo del cambiamento: la relazione terapeutica. Il tema della lecture di Bollas sarà la valutazione di chi è reduce da uno scompenso psicotico o addirittura è nel pieno del breakdown. «Parlerò di come la consultazione clinica con chi è alle prese con la psicosi può rivelarsi una magnifica occasione per un incontro trasformativo che prelude al lavoro analitico», esordisce. Gli stati mentali psicotici hanno sempre catturato l'interesse di Bollas che sul tema ha scritto due libri da poco tradotti in italiano: Se il sole esplode (Cortina) e Catch them. La psicoanalisi del breakdown psichico (Angeli), dove il titolo sta per “acciuffali in tempo” e scoprirai che il crollo (breakdown) può diventare una breccia (breakthrough).
«La consultazione», aggiunge, «non è un passaggio tecnico nel processo dell'invio e della presa in carico. È un momento di comprensione analitica profonda». A un livello inferiore di accelerazione, penso la stessa cosa a proposito della diagnosi. Che non è assegnare un'etichetta. ma iniziare a formulare un caso, saper stare nella tensione benefica che ci sospende tra la categoria generale che classifica un disturbo e la storia individuale che, in quel paziente, lo rende unico. Ma poiché so che non tutti gli psicoanalisti amano le diagnosi, sono curioso di conoscere il punto di vista di Bollas. «Se non sa distinguere tra un isterico e un borderline», risponde, «credo che lo psicoanalista sia perduto. Si traila di differenze cruciali, come sapere che un italiano non è uno svedese. Al tempo stesso credo che questa importante conoscenza in qualche modo “svanisca man mano che ci si addentra nell'organizzazione di un particolare carattere. Come se nel corso dell'analisi le specificità diagnostiche scomparissero).
E ora proviamo a uscire dalla stanza d'analisi per fare quello che James Hillman, una specie di Bollas junghiano, vent'anni fa chiedeva agli analisti: aprire la finestra delle loro stanze e accorgersi del mondo. Nel suo L'età dello smarrimento Senso e malinconia (Cortina). Bollas non fa sdraiare sul lettino un singolo paziente, ma la nostra epoca. Gli chiedo quali sarebbero le libere associazioni di un elettore di Trump alla parola “umanità” che è la parola con cui finisce il suo libro. «Gli elettori di Trump sono molto diversi tra loro. Trump è un’oggettivazione sociale del nostro modo fallimentare di affrontare enormi problemi. Lo stesso vale per Brexit. Le risposte scorciatoia tipo “lasciare l'Ue vs rimanere nell'Ue non ci portano lontano. La libera associazione psicoanalitica serve a favorire domande capaci di muovere idee inconsce infinite. È un modo per battere l'egemonia delle soluzioni semplici a favore dei movimenti complessi del pensiero». A proposito della paura-rifiuto della complessità, che a mio avviso è la vera “diagnosi” contemporanea, uno dei capitoli più interessanti del libro di Bollas è quello sulla personalità “ammalata” di normalità, devota al benessere materiale, disinteressata alla vita interiore. «È psicofobica. Come molti americani, forse come il sogno americano stesso. Se Christopher Lasch, che scrisse La cultura del Narcisismo, oggi fosse vivo sposterebbe l'accento dal narcisismo alla sociopatia come nuova normalità». Di solito i sociopatici non vanno in analisi. E i normopatici?. «Quando uscì il libro molti miei pazienti hanno concluso di essere normopatici. E da lì hanno provato a vedere le loro vite in modo diverso. È stato liberatorio. Le diagnosi sono effimere. Col tempo in analisi emergono le complessità della vita mentale e i sottili movimenti della personalità che coinvolgono l'Io dell'analista e dissolvono la coerenza della diagnosi originaria.
Quindi, sì, ho iniziato a lavorare con alcuni normopatici e presto è iniziato il loro cambiamento. Di questi tempi molti pazienti cercano soluzioni operative a problemi complessi. La terapia cognitivo-comportamentale (che pure può essere utile) affronta i sintomi e i problemi con soluzioni operative».

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S.I.P.P.

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