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L’ascolto psicoanalitico. Efficacia e fattori terapeutici della psicoterapia, a cura di Maria Antonietta Fenu, Roma, Alpes, 2020, pp. 268, € 19,00.

 

Accade assai raramente che un giovane allievo o diplomato presso uno dei nostri istituti di formazione possa vivere per due giorni a contatto con numerosi altri colleghi appartenenti a tante Società diverse e specializzate nei vari settori della psicoterapia psicoanalitica. Questo è quello che accade in occasione dei convegni annuali organizzati dalla EFPP nella sua declinazione italiana; ogni anno si ripete questo appuntamento, sempre in un luogo diverso, con partecipazioni crescenti che stentano ad essere contenute negli spazi che sono stati messi a loro disposizione.

Nel febbraio 2020 a Roma si è tenuto l’ultimo, poco prima che ogni attività pubblica fosse sospesa e il tema scelto per l’evento è stato quello dell’ascolto psicoanalitico.  Un argomento basilare sia del processo terapeutico sia della relazione tra paziente e terapeuta. L’ascolto, nella varie relazioni presentate e raccolte in questo volume, è stato trattato secondo una molteplicità di prospettive che hanno ampiamente reso la sua intrinseca complessità e la sua importanza nel processo terapeutico.

Conviene entrare nel vivo dei contributi cercando di evidenziare alcune linee intorno alle quali possono essere aggregati.

Parto da una condizione, frequente nella clinica, che va oltre il senso letterale dell’ascolto e presuppone una mente, quella del terapeuta, che accoglie le parole del paziente; e nel momento in cui quest’ultimo ne ritorna in possesso rivive dentro di sé le molteplici elaborazioni e trasformazione che nel frattempo sono avvenute. Come se il paziente entrasse in contatto con una mente materna che può trasformare le sue esperienze in stati affettivi condivisi.

I contenuti mentali del paziente si affacciano in quella del terapeuta, spesso nella forma di un linguaggio allusivo, come metafore; suggestioni che dall’inconscio dell’uno arrivano a quello dell’altro e in virtù di questo processo possono favorire una vera congiunzione tra elementi separati, non collegati. Il frutto di questo inteso lavoro si addenserà poi in veri e propri oggetti di riflessione e di pensiero.

C’è una condizione che prelude a ciò si dispone ad ascoltare se stesso, in una esperienza autoanalitica che si ripete nel tempo. Potrà così riconoscere, oltre alle proprie figure rappresentative, quelle proposte dai pazienti. In questa prospettiva l’ascolto analitico consentirà di «vedere» nella nostra mente ciò che nella vita interna del paziente è opaco, disarticolato, forse caotico. Da questo punto di vista il terapeuta diventa un accompagnatore partecipe, rendendosi disponibile a farsi carico dei sentimenti e delle proiezioni messe in circolo dal paziente senza esserne sommerso.

Spesso il luogo della consultazione sembra affollarsi di personaggi, lì condotti dal paziente mediante il suo racconto, tra cui è difficile districarsi. Questi assumono quasi una densità fisica e la coppia analitica sarà costretta a misurarsi con essi, non negando loro di esprimersi, mantenendo anzi una dimensione corale, cercando poi però di trovare una configurazione personale nuova. Spesso può accadere che la mente del paziente sia stata colonizzata da un’imago genitoriale, quasi come se quest’ultima riuscisse a parlare con la propria voce, coprendo quella sua. Una voce altra che va ascoltata, ma la cui presenza va neutralizzata perché, in questi casi, il paziente assume dentro di sé la malattia di un altro soggetto per via di identificazioni.

In questi, come in tanti altri casi, domina la confusione, il moltiplicarsi delle voci che si coprono l’una con l’altra e il terapeuta viene messo alla prova nel suo tentativo di distinzione, di individuazione delle istanze portate da ciascuna di esse. Un mondo interno caotico che sollecita la necessità di ricostruire una storia di vita caratterizzata da una confusione temporale, generata spesso da difese dissociative. Qui l’ascolto si fa impervio anche perché queste storie sono spesso costellate da eventi traumatici inespressi.

Ma la straordinarietà di certe esistenze - e chi ha in trattamento persone scampate alle situazioni di guerra e di violenza diffusa le conosce bene – tiene incollato il terapeuta «ascoltatore» a quelle narrazioni, in cui ricorrono i racconti dei traumi, fatti di distacchi drammatici e di decisioni normalmente impraticabili.

Mai come in queste situazioni è necessario un ascolto totale, nel quale riecheggiano le molteplici relazioni nelle storie di vita, le entità gruppali presenti nel mondo interno ed esterno, le evidenze corporee che nascondono comunicazioni importanti. E ormai, sempre con maggiore frequenza, si presentano persone dai molteplici linguaggi, frutto di origini culturali differenziate, che impongono un ascolto dislocato, sensibile alle qualità espressive proprie della cultura che si incontra.

L’ascolto contiene implicitamente l’attributo dell’impegno, del lavoro, dell’attività; c’è un altro ascolto che esula da ciò, perché avviene come per incanto quando assume la caratteristica dell’intuizione. Qui non c’è lavoro, ma solo «disposizione» che lo rende possibile. Si configura come una condensazione dell’inconscio che irrompe con un lampo nella mente rendendo possibile la comprensione di qualcosa. Al di là di ogni attività, quest’ultimo risulta davvero più prezioso.

Va sottolineato il fatto che tutte queste riflessioni scaturiscono dal lavoro clinico, sono frutto di un pensiero che si è organizzato in forma compiuta a seguito dell’esperienza. Questo rende il materiale presentato di particolare pregio e originalità.

Esistono alcune specificità che non possono essere trascurate. Innanzitutto il lavoro con i bambini a cui va prestato ascolto con rispettosa attenzione e che fornisce delle suggestioni preziose a chiunque svolga questa professione. Nel nostro caso, la SIPP, ove i giovani ricevono una formazione per la terapia dell’adulto, prestare un’attenzione particolare all’attività clinica svolta con gli adolescenti può essere particolarmente utile. Quando nel vivo della terapia si materializzano costellazioni familiari che entrano pienamente nello svolgimento del processo terapeutico; quando si accendono nel giovane inevitabili ambivalenze, perché da un lato si manifesta un richiamo ai genitori affinché esercitino una funzione di contenimento e di controllo da un altro lato si palesa un’insofferenza decisiva nel non riuscire a sostenere alcuna imposizione; queste sono problematiche molto spesso presenti anche nei giovani adulti e non solo. E dal complesso di queste esperienze di terapie degli adolescenti, possono essere tratti utili suggerimenti per quanto riguarda il setting da tenere con gli adulti.

Non va trascurata una specifica attenzione al modo in cui si manifesta la cura del corpo, come si esprimono le spinte libidiche per raggiungere un aspetto desiderabile e non svalutato. Queste cose non solo devono essere al centro dell’attenzione durante il processo terapeutico, ma vanno integrate in un effettivo e concreto accompagnamento del paziente per sviluppare un vero accoglimento di sé.

Quando si porta a termine la lettura di un libro ci si chiede quali siano stati gli elementi salienti che si sono depositati nella propria mente; quali gli argomenti che spingono verso un loro ulteriore approfondimento. Quali le lacune o gli argomenti rispetto ai quali c’è un maggiore distanza.

Insisto su un dato che mi sembra basilare: la pluralità di prospettive terapeutiche, con le differenze radicali che le caratterizzano, costituiscono un’esperienza pregevole e sicuramente assai rara. Specialmente per chi si affaccia sulla scena professionale.

L’intero volume, guardato nel suo insieme, offre ancora un’altra nota di interesse. La maggior parte delle riflessioni che ho riportato provengono dagli scritti dei giovani, i quali si sono misurati in situazione molto difficili, tante volte all’interno del contesto istituzionale. Lo hanno fatto con prudenza, ma anche con disinvoltura perché quelli sono i contesti in cui sono abituati a lavorare, quelle le condizioni di disagio e di sofferenza psichica di fronte alle quali si trovano usualmente.

Nel volume, oltre ai contributi dei giovani, troviamo anche quelli di colleghi più maturi che sono prevalentemente a carattere teorico. In molti di questi lavori vengono enfatizzate le caratteristiche dei nuovi assetti psicologici oggi più frequenti nei pazienti che si incontrano: ideale dell’Io narcisistico, incapacità di accettare un setting, di pensare, di sognare, di associare, e poi la sindrome della fretta, l’inadeguatezza strutturale del pensiero verbale, l’indisposizione pervasiva e generalizzata di un sistema inconscio in grado di fornire rappresentazioni agli stati emotivi. Nell’esperienza di coloro che hanno questa visione del mondo interno dei «nuovi pazienti», la relazione analitica viene messa in scacco e viene fatto provare a loro un senso di impotenza accompagnato da angoscia e disaffezione.

Ebbene, i nostri giovani incontrano questi pazienti, sono queste le problematiche che quotidianamente affrontano e nutrono la loro esperienza. È qui che misurano le proprie capacità nel portare avanti il processo terapeutico, in modo responsabile e spontaneo, calati in un mondo in cui tanti terapeuti adulti non riescono a individuare le coordinate per potersi ritrovare. Ritengo che si sia consumata una vera frattura generazionale.

Giovanni Starace

 

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Clara Mucci, Corpi borderline. Regolazione affettiva e clinica dei disturbi di personalità, Cortina, Milano, pp. 407, € 38,00


«E in me è come se l’inferno ridesse, senza neppure l’umanità di diavoli che ridono, la follia starnazzante dell’universo morto,
il cadavere girante dello spazio fisico, la fine di tutti i mondi che fluttua oscuramente al vento, disforme,
fuori del tempo, senza un Dio che l’abbia creata, senza neppure se stessa che sta girando nelle tenebre delle tenebre, impossibile, unica, tutto.
Poter saper pensare! Poter saper sentire! Mia madre è morta molto presto, ed io non l’ho conosciuta…»

(F. Pessoa, Il libro dell’inquietudine)

 

Mi sembra che la citazione di Pessoa rappresenti in maniera magistrale la condizione di vita dell’individuo borderline: un universo infernale, vuoto, morto, difforme, al di là del tempo, fisso nel passato, incapace di pensiero e autentico sentire, in quanto i vissuti traumatici, provocati da un ambiente abusante, ne hanno danneggiato la “capacità riflessiva”, originando una pervasiva difficoltà di regolazione delle emozioni ed una tendenza a leggere qualsiasi tentativo di spiegazione del significato latente di tali vissuti come un’intromissione persecutoria.
Clara Mucci ci trasporta in questo mondo proponendo una lettura dei disturbi di personalità a partire dagli effetti sul corpo.
Il testo, originariamente pubblicato in lingua inglese per Karnac, complesso e ricco di spunti, prosegue la riflessione del precedente lavoro Trauma e perdono.
Qui l’autrice prospettava un collegamento tra il trauma massivo e il trauma relazionale precoce: il grado di disumanizzazione e degradazione a cui i deportati dei campi di sterminio nazisti piuttosto che della guerra nella ex Jugoslavia erano sottoposti, produceva una tale rabbia mista a vergogna e senso di colpa che obbligava i sopravvissuti al silenzio; ed era proprio questo silenzio ad indurre, nella seconda generazione, processi di genitorializzazione tesi a medicare le ferite dei padri; quindi, se nella prima generazione il trauma era reale, nella seconda era il trasferimento fantasmatico di questo ad essere traumatico; il che avrebbe reso questa generazione probabilmente in- capace di svolgere pienamente quel ruolo di rispecchiamento e riconosci- mento nei confronti dei figli che è il garante di un attaccamento sicuro: è la terza generazione a subire, dunque, le drammatiche conseguenze psichiche. Concentrandosi proprio su questa terza generazione, che oltre al trauma relazionale è a rischio anche di abusi e maltrattamenti, l’autrice ci offre in Corpi borderline, una visione diagnostico-clinica di indubbia profondità, in cui integra il lavoro di quattro autori a lei cari – Schore, Kernberg, Fonagy e Ferenczi – con i dati più recenti delle neuroscienze e della neurobiologia: lo sviluppo dell’emisfero destro, responsabile dell’elaborazione emotiva e del riconoscimento delle espressioni altrui, è infatti compromesso da un inadeguato accudimento e rispecchiamento, dato che il corpo si sviluppa proprio nella intersezione tra natura (genetica e biologia) e cultura (ambiente e relazioni); non a caso, sin dalla gestazione se la madre è in una condizione di stress, lo è il bimbo in pancia: il cortisolo della madre e quello del feto negli ultimi tre mesi hanno significativamente una corrispondenza dell’80%.
L’esito di questo cattivo rispecchiamento è da un lato la disregolazione affettiva, che il sistema mente-corpo-cervello cerca di risolvere con le abbuffate e il vomito, i tagli, l’alcol e le droghe; dall’altro il processo di identificazione con l’aggressore, da cui si originano vergogna e aggressività o verso se stessi o verso l’altro, condannando il soggetto all’eterno gioco della coazione a ripetere.
Proprio la coazione a ripetere aveva indotto Freud a presumere l’esistenza di una pulsione di morte, che ora trova invece i suoi fondamenti neuroscientifici: «Secondo Edelman si tratta del cosiddetto “presente ricordato”: per la rete neurale non esiste qualcosa di totalmente nuovo, in quanto l’apprezza- mento del nuovo, che è per lo più di competenza dell’emisfero destro … è in ogni caso basato sulla inscrizione neuronale, che si fonda sull’esperienza e può essere letta e pienamente recepita solo in connessione con tracce precedenti» (131). La pulsione di morte viene insomma, secondo la Mucci, “appresa” nell’ambiente.
Da un punto di vista tecnico, proprio questa forte compromissione mind- body-brain rende necessario non tanto o non solo l’ascolto, quanto soprat- tutto una partecipazione affettiva ed etica totale. In questo senso, riprendendo Dori Laub, l’autrice introduce il concetto di embodied witnessing, una testi- monianza incarnata che ripari quel corpo-mente-cervello che si è ammalato a causa di una relazionalità disfunzionale: qualcosa di più simile all’amore che all’interpretazione. Come afferma Schore nella prefazione «il terapeuta deve essere uno specchio non nel replicare le emozioni e le espressioni del paziente ma nel fornire la raffinata sintonizzazione e l’appropriata risposta emotiva che il paziente ha cancellato difensivamente, permettendogli di en- trare in contatto con le parti interne più profonde, a cui è impossibilitato ad accedere da solo» (XIV). Anche perché quando la corteccia prefrontale non può regolare la reattività dell’amigdala, il paziente è proprio incapace di ac- cogliere e riflettere sulle interpretazioni del terapeuta.
In altre parole, poiché l’emisfero destro è una realtà corporea intersogget- tivamente ed epigeneticamente costruita, la relazione terapeutica diviene l’incontro tra due soggetti incarnati all’interno di un campo bipersonale, che riattualizza, per dirla con Stern, nel “momento presente” l’esperienza disfun- zionale. Tutto ciò richiede al terapeuta una costante regolazione degli affetti:

«I terapeuti dovrebbero mantenere i propri sistemi pronti per recepire le informa- zioni, con un livello di stimolazione né troppo alto né troppo basso. Liebermann e col- leghi (2007) sostengono che porre un’etichetta verbale a un affetto significa placare l’amigdala e i suoi affetti disregolati. Questo indica quanto importanti siano le parole per aiutare ad accettare e riconoscere e leggere la nuova esperienza in un modo nuovo e non spaventante che aiuti a ristrutturare il significato dell’evento» (202).

In questo senso diventa importante anche l’interpretazione, a patto che venga proposta con il giusto timing, in quanto un intervento precoce potrebbe rafforzare le difese del paziente o essere assunto solo intellettualmente: «Il momento giusto per dare un’interpretazione è quando l’amigdala è maggiormente regolata, cosicché l’intervento attraverso le parole e le emozioni e l’empatia può essere integrato attraverso i circuiti corticolimbici» (201-202).
È proprio questo il motivo per cui l’interpretazione non può essere mai solo intellettuale; si tratta piuttosto, riprendendo un discorso già affrontato in Trauma e perdono, di una forma di connessione profonda tra tutti i livelli del cervello di entrambi gli emisferi, connessione che, tra l’altro, può spiegare il fenomeno degli enactment, per come li intende Bromberg, come “momenti dissociativi condivisi”.
E dopo i primi tre capitoli teorici, la Mucci ci introduce nella stanza d’ana- lisi attraverso la presentazione di casi clinici che illustrano non solo un tipo di disturbo di personalità nello spettro che va dall’isterico-istrionico vicino al ver- sante nevrotico, al borderline propriamente detto, fino ai disturbi narcisistici, antisociali e perversi; ma anche trattano un problema specifico legato alla di- sregolazione: dall’autolesionismo, alla bulimia, alla suicidarietà.
Per ogni caso, infine, l’autrice propone un’interessante griglia diagnostica costituita da tre assi verticali e due orizzontali.
Il primo asse verticale valuta il tipo di attaccamento del paziente e il suo trauma intergenerazionale; il secondo annota il tipo di disturbo di personalità di cui è sofferente; il terzo gli attacchi al corpo, segnale evidente dell’iscrizione incarnata della relazione primaria disfunzionale.
Gli assi orizzontali indagano invece la capacità di sognare, tanto carente quanto più grave è il disturbo; e l’identità sessuale e di genere, che è tenden- zialmente diffusa tanto quanto l’identità propriamente detta, a completa- mento del concetto di Kernberg.

Mariangela Villa*

 

Tratto da: Psicoterapia Psicoanalitica, XXV, n. 2/18 su concessione di Franco Angeli Editore

https://www.francoangeli.it/Riviste/sommario.aspx?anno=2018&idRivista=195&lingua=en

Ma Psiche, mentre impaurita e tremante ancora piangeva a dirotto sulla cima della rupe, sentì un dolce soffio di Zefiro alzarsi lievemente e agitarle da ogni parte il lembo della veste che, gonfiato come una vela, la sollevò con il suo alito leggero facendola scivolare a poco a poco lungo il pendio dell’erta rupe, e la depose con dolcezza nel grembo di un prato fiorito nella valle sottostante.

Apuleio, Eros e Psiche (Le Metamorfosi)

 

“Psiche” è un termine che non rimanda soltanto all’anima, ovvero in gergo psicologico alle funzioni ed ai processi che ci permettono di fare esperienza di noi stessi e del mondo, guidando il nostro agire. Nella mitologia greca la storia di Psiche rappresentava l’amore umano: quell’investimento oggettuale che porta una ragazza di una bellezza tanto straordinaria a non riuscire a trovare marito, prima a svelare il volto dello sposo divino contro il suo volere, quindi al superamento del limite, e successivamente ad affrontare numerose mitologiche prove per recuperare l’amore perduto.
In questo secondo libro, che segue “Dipendenze e capacità di amare oggi” del 2015, Foresti estende alle patologie difficili la sua analisi della psiche, alla luce di quella che la mitologia greca aveva già intuito essere la sua più naturale e complicata estensione: la relazione. La esplora da un punto di vista sia sociale che psicopatologico e lo fa attraverso le relazioni non solo con i pazienti dei numerosi casi clinici presentati, ma anche con i colleghi, della cui collaborazione si avvale nella stesura del libro. Anche il lettore ha la possibilità di sentirsi parte di questo incontro fruttuoso, grazie alla disponibilità dell’autore a mettersi in gioco, superando le difese narcisistiche, ed a comunicare in modo accessibile e coinvolgente.
La relazione emerge da subito come un fattore terapeutico aspecifico che necessita da parte del terapeuta della capacità di accedere alle proprie aree disturbate. Questo non solo permette al paziente il rispecchiamento e l’identificazione nella relazione con il terapeuta, merce rara nella nostra società narcisistica, bensì concede anche al terapeuta la possibilità di curare sé stesso. 
È sempre la relazione intensa con i maestri Zapparoli e Funari e con la Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica, a guidare il lavoro psicoterapeutico, psichiatrico e di gruppo con i pazienti difficili, presentato in questo libro. Foresti condivide con loro la necessità di una modifica sostanziale del setting nel lavoro con i pazienti psicotici e borderline, ma anche con nuove sindromi come l’Hikikomori: la psicoanalisi tradizionale mostra il suo limite nel gestire il transfert simbiotico fusionale (mancanza di confini sé-altro) o ambivalente (non posso stare né con te né senza di te) che questi pazienti tendono a mettere in atto.

“L’analista deve adottare un atteggiamento nel quale più che il significato delle parole, sono importanti l’atmosfera, la musicalità, e il ritmo vocale, così come avviene nella funzione di rêverie della madre con l’infante (Funari, 2006).
La scelta nelle patologie difficili di un setting ad impronta relazionale è stata tra l’altro una delle specificità che hanno caratterizzato la nascita della Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica (…).
Il nuovo setting deve essere duttile, adattato alle caratteristiche e ai bisogni specifici e mutevoli nel tempo del paziente; un setting che si occupi non solo della realtà interna, ma anche di quella esterna e delle difficoltà che il paziente incontra.
Un setting dove venga valorizzata la creatività ludica condivisa della coppia terapeutica, un setting come coppia dialogante.
Lavorando in questo modo e, quando necessario, avvalendosi di altri tipi di intervento, come la farmacoterapia e l’intervento assistenziale, si è visto che si possono curare con successo casi gravi che con il modello classico non erano trattabili”.

La relazione diventa non più soltanto lo strumento, ma anche l’obiettivo dell’intervento terapeutico, che permette di passare da un investimento libidico di tipo narcisistico ad un effettivo incremento dell’investimento oggettuale.
Il gruppo si dimostra uno strumento terapeutico importante non solo per le situazioni in cui la relazione a due rappresenta una vicinanza eccessiva per poter essere tollerata, ma anche perché rappresenta un ambiente particolarmente favorevole alla “mobilitazione di emotività primarie”, come l’autore ci mostra attraverso il caso clinico di un giovane uomo “che dice di non provare emozioni, che qualsiasi cosa gli è indifferente”.
Anche la somministrazione del farmaco viene gestita dall’autore all’interno della relazione, non soltanto con un obiettivo di remissione del sintomo tout court, ma come strumento evolutivo a livello personale e relazionale.
La self-disclosure viene spesso utilizzata dall’autore come un'altra strategia terapeutica per accedere alle limitate risorse relazionali di questi pazienti, sempre nel rispetto della loro capacità e disponibilità a partecipare alla relazione.
Foresti ci mostra come i centri diurni o comunque i centri residenziali rappresentino per il paziente psicotico una sorta di “ambiente transizionale”, dove anche il delirio può essere accolto e gestito senza timore e senza pressioni per la sua remissione. Questo permette progressivamente l’apertura alla relazione con gli operatori della struttura secondo le loro personali differenze ed affinità.
Un concetto che emerge in queste strategie terapeutiche ispirate al professor Zapparoli, a fianco a quello centrale della relazione, sembra essere quello del limite. Il terapeuta deve limitare la propria fantasia di potere assoluto e onnipotente accettando di imparare dal paziente e condividendo il lavoro in gruppo, con la famiglia del paziente, nel rispetto della sua limitata capacità di separarsi, e talvolta anche con altri psichiatri o terapeuti, consultati da pazienti e famiglie in parallelo e di propria iniziativa. Anche il gruppo terapeutico e riabilitativo si riconosce disposto ad accogliere il delirio senza chiedere una remissione precoce del sintomo per lui destabilizzante, e limita l’obiettivo terapeutico al raggiungimento di una simbiosi parziale.
Il paziente si trova accolto e protetto nei confini di un’istituzione che lo può accogliere senza le pressioni esercitate dal mondo esterno: all’interno di questi confini può permettersi di concedersi anche alla relazione (talvolta persino all’amore!) e limitare la propria follia, che da una manifestazione pubblica diventa gradualmente sempre più privata e rispettosa dell’altro.
In una società logorata dall’eccesso, dal consumismo e ripiegata in un’ingordigia narcisistica, a fronte di un significativo aumento della sofferenza psichica nella popolazione, Foresti ci propone il limite come strumento per riuscire ad accedere in modo soddisfacente al cambiamento, rappresentato dalla relazione.
Come nel mito di Psiche, la cura di una condizione narcisistica fonte di solitudine consiste nell’accedere al riconoscimento dell’altro, attraversando con coraggio e con il giusto sostegno pericoli e difficoltà, per recuperare così il rapporto perduto.

Giuseppe Civitarese, Soggetti sublimi. Esperienza estetica e intersoggettività in psicoanalisi, Mimesis, 2018, Milano-Udine, pp. 197, € 20,00

 

Il testo si compone di una serie di saggi che sviluppano un percorso interessante e originale nell’esplorazione di una tesi: in quanto esseri umani, siamo sublimi. Se l’esperienza del sublime incute timore e reverenza, l’estetica del sublime ci introduce al tema del trauma necessario alla rappresenta- zione psichica e alla nascita della mente, nella cui trama la cura psicoanalitica ricerca il senso della sofferenza psichica. Secondo l’Autore è possibile far interagire la psicoanalisi con la letteratura sull’estetica del sublime, in quanto contiene implicitamente il mistero della nascita psichica, di come si forma una mente e di come si diventa umani.
Il concetto di sublime evolve nel tempo e diventa complesso e quasi inafferrabile, mantenendo però una fondamentale differenza rispetto ai canoni tradizionali del bello come misura e armonia.
Luoghi e situazioni sublimi suscitano sensazioni che debordano dal consueto e ordinario; sono luoghi di massima bellezza e insieme di massimo pericolo, manifestazioni della natura, ma anche scene di guerra la cui terribilità incute spavento e stupore. L’indeterminato, lo straordinario, il silenzio e il vuoto possono essere sentiti altrettanto minacciosi perché contengono la realtà della morte, così come l’idea di infinito, l’oscurità della notte, il mare di nebbia, la natura abissale e folle del mondo interiore. Il piacere del sublime nasce dal violento contrasto con un senso di pericolo che ne è parte integrante, il tragico implicato nello slancio vitale. Come sulla soglia dell’abisso, l’uomo arretra ma non distoglie lo sguardo, concependo la propria impotenza di fronte all’infinito e al mistero della scena contemplata.
È proprio del sublime un duplice e simultaneo movimento: si palesa un deficit dell’Io ma nello stesso tempo l’anima si sente sollevare dalla bellezza e dalla comprensione della sua inesorabile finitezza. Lo slancio è possibile in virtù di questo deficit. La corda dell’arco si tende per poter scoccare la freccia. In questa vertigine di sensazioni, il sublime è una alternanza di attra-zione e repulsione, rappresentati e resi pensabili dall’arte.
Partendo da queste premesse, l’autore ci presenta l’opera di Bion illuminata dall’estetica del sublime in quanto apre a nuovi campi di esperienza e produce sorprendenti costellazioni di senso. Secondo questo paradigma estetico alcuni concetti chiave della teoria di Bion sono riconducibili alla sotterranea azione di alcuni principi dell’estetica pre-romantica e romantica del sublime, che imprimerebbero altresì un ordine alla varietà altrimenti caotica delle sue nuove idee.
In Bion, il linguaggio rende lo stile sublime del pensiero sulla natura umana, portandoci nei luoghi più impervi della psiche, luoghi della follia che danno la vertigine, con formulazioni sempre sull’orlo del paradosso, dell’ambiguità e di una certa oscurità e indefinitezza.
Formulazioni e concetti psicoanalitici richiamano temi del sublime, si pensi a “terrore senza nome”, “capacità negativa”, “stupore”, “cambiamento catastrofico”, “infinito”, “oscurità”, unisono”.
Concetti che rimandano di continuo l’uno all’altro e che acquistano senso solo in questo intreccio. L’estetica del sublime è un modello straordinaria- mente preciso di come Bion immagina si sviluppi la mente. Il tema bioniano ricorrente della pulsione di verità (emotiva) come cibo per la mente, nell’estetica del sublime trova il suo corrispettivo nell’esigenza di autenticità. Nel sublime l’unisono è l’ékstasis, il “fuori di sé”: è paradossale che il soggetto si costituisca proprio vivendo momenti in cui è “fuori di sé” ovvero massimamente alienato nell’altro, ma quello che conta è la tonalità emotiva di questa alienazione, il suo carattere di “cambiamento catastrofico”. Se positiva, quando il soggetto torna in sé, si scopre arricchito dal temporaneo fondersi con l’altro.
Nei capitoli centrali del libro, due concetti chiave nell’indagare il mistero della creazione artistica, la sublimazione e il sublime, vengono accostati e confrontati, nel rispetto dei diversi ambiti disciplinari, per fare uscire la sublimazione dalla nebulosa in cui sembra essersi persa. La sublimazione, concetto freudiano di grande popolarità, sembra essere stato accantonato nell’indagine teoretica psicoanalitica e sconta una certa inattualità, per non dire di- scredito. Il sublime estetico viene così riscoperto come una componente imprescindibile del sublime psicologico, in cui il soggetto prende forma e organizza la sua conoscenza di sé e del mondo, trasformando qualcosa di traumatico e angoscioso in una esperienza dominabile, pensabile.
Il sublime ha a che fare con il “bello terribile” degli inizi della vita, messaggero di alterità che sorge da un’esperienza dolorosa. Il sentimento del sublime nell’arte equivale al passare ogni volta dallo spavento al piacere intrinseco della consapevolezza del divenire umani. In questo passaggio dall’’essere gettati’ nel mondo nell’impotenza infantile di fronte all’oggetto, all’es- sere pensati e amati dentro la relazione e l’amore dell’oggetto, si gioca qual- cosa di spaventoso e di eroico.
Il libro oscilla tra gli impervi percorsi dell’astrazione metapsicologica e la chiarezza degli assunti che provengono dalla esperienza clinica e la realtà emozionale e mentale della nascita psicologica. Tra gli strumenti che l’autore indaga per collocare l’intersezione tra questi due modi dell’esperienza umana, la teoria psicoanalitica della sublimazione e l’estetica del sublime, entrambe teorie della soggettivazione, vi sono le figure del vortice, un primo organizzarsi di forme a partire dalla sensorialità primaria e i concetti di ritmo, masochismo e ipocondria, che si prestano a illustrare quanto il corpo sia “scritto” dalla socialità che ne condiziona il funzionamento.
Se il sublime ci confronta sempre con lo spettacolo della nostra caducità, della perdita e dell’inesorabilità del destino, la psicoanalisi ci porta in quei luoghi della psiche dove queste esperienze si fondano e trovano il senso ultimo della nostra vulnerabilità.

Rosita Lappi

 

Tratto da: Psicoterapia Psicoanalitica, XXV, n. 2/18 su concessione di Franco Angeli Editore

https://www.francoangeli.it/Riviste/sommario.aspx?anno=2018&idRivista=195&lingua=en

“Ci siamo conosciute da subito” Rosa Romano Toscani mi ha detto un giorno, durante una conversazione privata, un’espressione che sa di incontro psicoanalitico. Perché ogni incontro profondo è intinto di psicoanalisi, dove l’inconscio guida e traccia le coordinate transferali e controtransferali sulle quali si basa ogni relazione umana.
Questo libro è un incontro con la psicoanalisi, si può leggere per imparare e conoscere questo mondo. Per chi già lo frequenta, può ritrovare la freschezza di un pensiero originale, anni di studio e di pratica clinica, dove l’incontro con il paziente è prima di tutto l’incontro con un essere umano che chiede aiuto ad un altro essere umano che sa accogliere e accettare il rischio di intraprendere un viaggio terapeutico verso l’ignoto.
Un testo che traccia la storia professionale dell’Autore, passo dopo passo, nei numerosi saggi che toccano temi antichi e contemporanei, con una ricca bibliografia che segna le tappe più significative del pensiero psicoanalitico. Altri incontri: questa volta teorici e culturali, con Freud che compare in ogni capitolo rinnovato e ritrovato per attingere da quell’imprinting che appartiene alle generazioni venute dopo di lui. Perché la psicoanalisi non muore mai se va avanti e se trova sempre qualcuno che la fa progredire, senza perdere le tracce della sua storia tenuta dal filo che attraversa passato, presente e futuro.
Sin dall’Introduzione troviamo l’annosa questione: “La psicoterapia psicoanalitica è figlia della psicoanalisi”. E ancora: “Uno psicoterapeuta psicoanalitico deve avere risorse personali, conoscenze teoriche e culturali adeguate per acquisire quel saper fare che gli consenta di adattarsi con flessibilità alle persone e alle diverse situazioni nelle quali è richiesto il suo intervento. Essere in grado di gestire con intuito ed equilibrio le aree di ambiguità, di ambivalenza proprie del paziente, confrontarsi con il conflitto, con il perturbante, senza confondersi, ma al contrario trovando in esso aree di creatività e di arricchimento psicologico” (p.19).
Nel capitolo “L’uso dell’inconscio nella psicoterapia psicoanalitica” sottolinea: “La cura avviene attraverso la capacità o la possibilità del terapeuta di accogliere nel proprio inconscio, l’inconscio del paziente, di conoscerlo ed elaborarlo assieme a lui”. Perché la psicoterapia psicoanalitica si avvale del terapeuta per curare il paziente. Questa è la psicoanalisi: dove “i piani di incontro riguardano, oltre al rapporto reale, soprattutto il rapporto inconscio e l’uso che ne viene fatto” (p.35).
La relazione transfert-controtransfert diviene così l’area principale della cura terapeutica, sostenuta dal setting adattato su misura del paziente e di quella coppia analitica.
Nel capitolo sul caso clinico di Noan, presentato a Belgrado al Congresso Europeo della EFPP, viene affrontato il tema del trauma. A Belgrado eravamo un gruppo di rappresentanti della SIPP, un’esperienza indimenticabile, tante culture in un confronto corale sulla cura psicoanalitica al trauma. Noan va letto fino alla fine perché ci fa capire come si può lavorare, con garbo e delicatezza, per la ricostruzione di un’identità bloccata dalle impronte  traumatiche transgenerazionali.
Il libro attraversa tematiche classiche e intramontabili: dal concetto di campo al sogno, passando per l’uso dell’interpretazione, al funzionamento psicosomatico, aspetti difensivi e esperienze istituzionali, il gruppo e la coppia. Ma c’è spazio anche per la psicoanalisi che cambia e si evolve: psicoanalisi e immigrazione; l’uso della tecnologia che contribuisce a nuove forme di comunicazione anche terapeutiche.
È un testo che ben delinea la figura del terapeuta psicoanalitico, colui che deve sapersi disporre in un “ascolto rispettoso” una condizione che “passa attraverso la capacità di ascolto sviluppata nel tempo, la fiducia nei propri sentimenti, l’identità raggiunta, l’intelligenza e la maturità emotiva, la forza dell’Io e la coesione del Sé, la dipendenza matura, il piacere nel proprio lavoro, la capacità di amare” (p.67). 
Percorsi in Psicoterapia Psicoanalitica può anche essere usato come manuale nel training psicoanalitico e ringrazio Rosa Romano Toscani che mi permetterà di arricchire i seminari di Teoria della Tecnica. Perché dobbiamo poter trasmettere alle nuove generazioni di psicoterapeuti quel metodo rigoroso e al tempo stesso creativo che ogni percorso terapeutico richiede.
Concludo citando ancora l’Autore: “Credo che il fine della terapia psicoanalitica sia quello di poter aiutare il paziente ad uscire da una posizione narcisistica e individualistica, tesa a concentrare su se stesso le preoccupazioni e le energie psichiche per potersi occupare e preoccupare dell’altro. In sostanza questa dovrebbe essere l’etica della cura, lasciando un segno per dare significato all’esistenza sviluppando nel paziente un pensiero generativo nel riconoscersi come individuo responsabile e autonomo, capace di iniziativa e di solidarietà” (p.29).

Mi auguro che anche le società psicoanalitiche sappiano trarre beneficio da queste parole.

Adagio nel linguaggio musicale, indica il tempo ma anche il movimento, lento e largo, tempo e spazio percorsi dalla nota: una figura. Donatella Lisciotto entra nel contenuto adagio, si concede un ingresso lento e progressivo, senza la pretesa d’essere spettacolare nella sua scenograficità, laddove l’implicito è già poesia e partecipazione inconscia come nella seduta analitica.
Due inconsci che si incontrano a quale forma danno vita? La raffigurabilità, la possibilità di accedere ad una dimensione allargata del pensiero e della parola, una dimensione esposta ai molteplici significati sventagliabili dalla poetica condensazione dell’immagine. A quale immagine l’autrice fa riferimento? A quale significato di essa? L’originale, primitivo significato di una visibilità oltre il visibile. Questo è l’incontro con il paziente in analisi, questo è l’incontro che mi ha suscitato a lettura del testo, questo è l’incontro “da dietro” che l’autrice propone.
Adagio, senza alcuna pretesa artistica ma con arte, l’autrice entra a mezze punte, passo che in danza classica veicola tutta l’eleganza dell’umiltà, passo mosso tra il mondo delle punte e quello a terra. Il mondo in cui sostare con il paziente, il mondo in cui sognare la seduta tra l’onirico della veglia e il sonno. Poche parole a commento delle foto che “passeggiano nel testo a mezze punte su un sottofondo in adagio”.
Un sipario lento e continuo apre lo scenario alla libertà del lettore, tra metafore e rêverie come in una lunga seduta analitica, senza pretese intellettuali né artistiche ma con l’eleganza che contraddistingue lo stile già comprovato dell’autrice. Un sipario si apre alla visione delle forme, di tutte le forme possibili, dalla visione statica a quella in movimento, in un rimando dalla mitologia alla realtà, dall’arte alla Psicoanalisi, dalla visione soggettiva all’immaginario collettivo.
Cosa vediamo e cosa non vediamo secondo l’autrice? Semplice: tutto. Un comprensorio di emozioni, di elementi beta, di oggetti “UFO” inconsci.
Donatella Lisciotto non è mai retorica, coglie l’essenza delle immagini da lei scattate e si autorizza ad un commento “sincero”. Un confessionale attento e puntuale sulla dinamica interna tra lei e le foto che le sue mani, protesiche con l’obiettivo mentale, scattano liberamente e senza alcuna programmazione. La libertà di non dover programmare l’obiettivo artistico le concede l’artistica libertà di fotografare la realtà e, nella sua soggettiva interpretazione, dona paradossalmente al lettore la stessa libertà. Personalmente, nel leggere le immagini, mi sono sentita libera dalla interpretazione artistica e ho potuto fruire delle ferie psicoanalitiche, liberando il mio inconscio di
lettore dalla cornice scientifica.
Come non è facile scrivere sulle immagini non è facile fotografare le parole emotive. Parafrasando Ezio Bosso in una sua intervista, si potrebbe dire che così come la musica non è di nessuno ma è di chi la scrive e di chi l’ascolta, le immagini scattate dall’autrice non sono di nessuno, sono di chi le scatta e di chi le “vede”. Le immagini degli scatti dell’autrice come le “figure” cocreate nella stanza
d’analisi da paziente e analista, sono libere e intime, perché richiamano all’intima libertà dell’inconscio.
Si può respirare un quadro, assaggiare una fotografia e accarezzare una melodia. Si può nella dimensione poetica sognante della nostra esistenza interiore.
Se tutto questo mi è stato suscitato dalla lettura visiva “da dietro” del testo di Donatella Lisciotto, allora penso che il suo libro, come la musica del compositore, è di tutti. Non di un pubblico specialistico di lettori, ma di tutti, in nome di quella libertà interpretativa che solo il nostro inconscio può generare, mettere in moto e donare a noi stessi e all’altro, nella sua impercettibile, profonda, drammatica e irresistibile potenza comunicativa.
L’eleganza dello stile narrativo fa esperire al lettore un vasto panorama culturale, psicoanalitico e artistico, mantenendosi sempre in un “rigoroso regime di libertà” espressiva e interpretativa.
Come la libertà delle immagini in movimento che ho molto apprezzato. Suggestiva e clinica è la considerazione di largo respiro che il movimento possa essere generatore di significati altri oltre l’immagine originaria, che possa essere la risultante di sovrapposizioni emotive, storiche,
transgenerazionali, fantasiose e misteriose. Che il movimento possa, con l’attribuzione di altri significati alla matrice originale dell’immagine, contribuire al mantenimento di quella dimensione insatura tanto importante per la generatività del nostro pensiero.
D’effetto la drammaticità di alcune immagini che richiamano al movimento del corpo. Un corpo piegato quasi allo stesso modo, quello del clochard e quello della scrittrice, ma con rimandi e suggestioni assolutamente diverse. Cosa separa un corpo dall’altro. I muscoli contratti dell’uno invisibile nella sua esistenza da quelli contratti dell’altra nella concretezza della sua esistenza identitaria. “Da dietro”, guardare alle spalle dell’esistenza per avere una chiave di traduzione in più. Così l’autrice cattura l’insaturo del lettore, regalandogli la libertà di colonizzare le foto con il proprio inconscio.
Come ben scrive Roberto Basile nella quarta di copertina: “E’ un invito a immaginare le immagini”.
Un testo pittoricamente poetico come quando l’autrice descrive la drammaticità della figura del giovane africano a terra con la schiena poggiata a un palo il cui corpo, che sembra disegnato dal tratto di una matita, pare si stia sciogliendo; romantico nella essenzialità di quel “ci vuole poco” che trasuda nella descrizione visiva della naturale vicinanza di una coppia; eloquente nello svolgimento plastico dei corpi del clochard e della scrittrice ripresi dallo scatto “da dietro” stanti nella loro forma a definire la vita nelle sue contraddizioni dell’esistere; insaturo come il vuoto della sedia “mai sola” della libreria di Boston che attende il suo ospite; vuoto come le sdraio “istantanee” testimoni del passato appena passato di chi si è alzato da lì lasciando la propria impronta.
L’autrice, in un incastro tra poesia dell’immagine, suggestione interpretativa e malizioso gioco d’intesa tra lei e la sua produzione “pellicolare” svolge un ruolo di mediatore tra il lettore e le “immagini emotive” dell’inconscio di chi “avvicina” il testo.
Il consiglio che mi permetto di dare al lettore è quello di ripetere le intenzioni dell’autrice.
Accostarsi al significato della lettura senza pretendere di trovare un significato ma di andare incontro, nel libero esercizio del gioco, alla libertà di una lettura propria, qualunque sia lo stimolo, artistico o intellettuale, purché sia lo stimolo che soggettivizzi la lettura. Un testo del genere non può essere catalogato. Con il rispetto che merita, questo testo può essere solo “giocato” di quel gioco inventato e smontato, fantasticato e sfantasticato, che solo l’inconscio può concedersi.
Pe questo ringrazio Donatella Lisciotto, per la libertà che mi ha concesso nella lettura del suo libro, libertà che si fa protesica in queste stesse parole che vado ordinando.
Nel proporre la visione “da dietro” con inquietudine e entusiasmo, ella fa riferimento ad […] un “sommerso” da cui siamo molto lontani proprio perché ci riguarda molto da vicino [...].
Suggestivo il richiamo al passo di Merleau-Ponty: “La visione è sospesa al movimento […]. Che cosa sarebbe la visione senza il movimento degli occhi e come potrebbe questo movimento non confondere le cose se non avesse la sua chiaroveggenza, se la visione non fosse già prefigurata in lui? […] Il movimento è il proseguimento naturale e la maturazione di una visione”.
Suggestione e scienza mi riportano alla fase del sonno REM caratterizzata da uno stato di parziale o totale “sospensione” della volontà e della coscienza, da sogni intensi e da “movimenti” oculari ritmici e rapidi, fase in cui il sonno è definito paradosso proprio perché l’elevata attività cerebrale e i rapidi movimenti oculari contrastano con il rilassamento muscolare generale.
Sospensione e movimento che ci riportano allo stato onirico della veglia di Bion o alla seduta sognata di Ogden cui l’autrice fa riferimento (Foto scattata da un’automobile in corsa in autostrada, pag. 83).
Scrive Donatella Lisciotto che, nello scatto fotografico come nel trattamento analitico, il movimento produce e porta alla visibilità diversi aspetti dell’oggetto non-visibili e addirittura non-immaginabili. […].
Nella fotografia come nell’analisi il movimento avvia la trasformazione di ciò che appare in ciò che è, il movimento assume una valenza trasformativa con un cambiamento del fronte del significato rivelatore di strade altre, creatore di nuovi “complementi”. Nel linguaggio trasformare una frase dalla forma attiva a quella passiva significa saper riconoscere tutti gli elementi della frase, che in questo caso chiamerei elementi interni. Una frase che cambia la sua forma da attiva a passiva,
infatti, dà vita a complementi diversi da quelli della frase di partenza e al cambiamento della stessa “forma” verbale. Così la foto intitolata “La Visibilità dell’Invisibile”, richiama al bisogno della mente dell’analista di “allenarsi a vedere l’invisibile” laddove molteplici si aprono i significati.
Interessante il racconto della paziente di Antonino Ferro affetta da irriducibili crisi di cefalea: “Le protoemozioni che “urgono nella testa di Sara” provocano la cefalea, queste attraverso l’analisi riescono a trasformarsi in immagini pittografate avviando quello che Bion chiama l’elemento alfa”.
La paziente in seduta poteva “disegnare quello che provava”, emozioni aggressive e rabbiose in cerca di un posto che dovevano essere mentalizzate.
E chi è Minerva? Non è forse colei che dà rappresentazione e significato al forte mal di testa di Giove dalla cui testa nasce?

S.I.P.P.

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